La domanda è: meglio un discorso maturo e articolato oppure un rapido slogan? Intendo dire sul taglio dei parlamentari.

Insomma siamo sempre fermi a quel punto, viviamo una realtà complessa e tuttavia non ci diamo il tempo di acquisire strumenti altrettanto complessi per capirla e misurare le conseguenze a lungo termine delle decisioni che prendiamo. Allora, di fronte a un’ennesima riforma dello stato, non mi resta che proporre due percorsi: un pensiero completo e uno abbreviato, di seguito una riflessione e alla fine una battuta. Scegliete voi: o leggete il ragionamento o prendete la scorciatoia e andate subito in fondo alla pagina.

Abbiamo un problema di rappresentanza?

Sì, certo: risuona da troppo tempo il lamento di un popolo che si sente poco considerato dai politici e deluso dalle scelte fatte nelle urne elettorali. Ma perché quello che doveva essere un legame forte e soprattutto produttivo è diventato invece una fonte di frustrazione e perfino una forma di esproprio dell’identità civica dei singoli? Io credo che si debba considerare la doppia faccia della questione, da un lato ci sono i rappresentanti e dall’altro i rappresentandi e, se si rompe il filo che li unisce, la democrazia va alla deriva e le scelte, fatte da chi legifera e poi messe in pratica da chi governa, non corrispondono alla volontà di chi ha votato e, va da sé, non trovano un terreno in cui crescere. Così a ogni giravolta elettorale si torna sulle questioni e, tra fare e disfare, perdiamo tempo, energie, occasioni e risorse. Allora il punto è: cosa ha rotto questo legame (o ha impedito che maturasse)? Due sono le prime fragilità, una culturale e una procedurale: la fiducia in un sistema maggioritario e l’eliminazione delle preferenza.

La malattia dei partiti e il controllo degli eletti

Fase 1. L’eliminazione della preferenza nelle elezioni politiche ha messo nelle mani di chi controlla le liste elettorali una scelta che deve invece essere garantita all’elettore: il rappresentante non risponde più a chi lo ha votato ma risponde a chi lo ha collocato in una posizione di eleggibilità. Ci hanno raccontato che questo avrebbe evitato il voto di scambio, in realtà non è stato così anzi: i traffici illeciti non sono diminuiti ed è diventato molto più agevole, per chi volesse, fare pressioni, perché al controllo di tanti elettori (più rischioso perché più facilmente dimostrabile e perseguibile) si è sostituita la trattativa per le vie brevi con soggetti eventualmente disponibili. Ma il frutto più marcio è la frattura tra i rappresentanti e il territorio che li ha mandati in Parlamento per negoziare forti di una comunità alle loro spalle che li può sostenere oppure abbandonare. Oggi gli eletti scompaiono dall’orizzonte del loro elettorato, evaporano per lasciare spazio ai capi di partito, di cui sono chiamati ad eseguire gli ordini. Esattamente quello che desiderava Silvio Berlusconi, quando auspicava che in Parlamento sedessero solo i capi, i padroni dei partiti, il cui peso sarebbe stato commisurato ai risultati delle urne. Una logica aziendale, decisamente poco adatta a un paese storicamente così diversificato sotto tutti i punti di vista (geografico, sociale, culturale, …) come siamo noi. I partiti oggi hanno un profilo poco ideale e molto tribale, un potere da avanspettacolo, che non corrisponde affatto ad una presa reale sui bisogni concreti del corpo elettorale, che infatti concede loro ormai solo il beneficio del dubbio e oscilla tra una tornata elettorale e l’altra, offrendo un succulento banchetto ai sondaggisti.

Fase 2. Quando ero in Senato i momenti più costruttivi sono stati quelli in cui gli eletti si sono ribellati al volere del segretario di partito di turno e hanno imposto il negoziato. Nel racconto dell’agenda parlamentare questi momenti sono rappresentati come ostacoli al buon governo, soprattutto perché l’ostensione della dialettica tra posizioni differenti è fastidiosissima per chi vuole accreditarsi come un decisore ed essere acclamato come salvatore della Patria (e a questa vanità cedono praticamente tutti); ecco allora che si scatena il pettegolezzo, il retroscena, il pubblico insulto e la condanna per slealtà e i più disonesti intellettualmente hanno invocato a gran voce l’introduzione del vincolo di mandato. Ma gli eletti a chi devono essere leali? Non lo devono ai loro elettori? Perché dunque nessun partito ha mai accettato un vincolo di programma, prima ancora di esigere un vincolo di mandato? Chiedete ai NoTAV cosa ne pensano, chiedete ai NoTAP come si sentono. Quale che sia la posizione di ciascuno, resta una questione collettiva: a chi ci possiamo rivolgere oggi se le promesse elettorali il giorno dopo le elezioni sono carta straccia? Intanto nessun parlamentare si sente scelto per quello che è e per quello che può dimostrare di valere e perciò è inutile lamentarsi della loro eventuale scarsa qualità e coerenza.

Fase 3. Di fronte all’incapacità di realizzare un programma politico condiviso e credibile non resta che aumentare il controllo sugli eletti. Invece però di aumentare il controllo da parte degli elettori (cosa che forse ci riporterebbe su una strada di maggiore partecipazione) c’è chi ha pensato di consolidare la dimensione verticistica: prima lo ha tentato Renzi sottraendo l’elezione di una parte del Parlamento al voto popolare, ora lo si fa riducendo il numero dei rappresentanti. Vale la pena di ricordare che il risparmio è risibile? Che viene già ampiamente annullato dalla proliferazione di incarichi attribuiti zitta zitta dall’attuale forza di governo a coloro che sono rimasti fuori dalle scorse elezioni (e che non hanno uno straccio di stipendio in alternativa)? Il risultato vero sarà meno varietà, meno rappresentanza, meno negoziato.

L’efficacia della democrazia sta nel negoziato.

Il maggioritario, ovvero: chi vince decide, in nome della rapidità, dell’efficacia e dell’efficienza. E si spalancano le porte del Paradiso. Solo che non è stato così e non sarà così. Perché nella confezione delle leggi non si vince se si arriva prima, ma se si raggiunge una posizione la più condivisa possibile e di conseguenza la più credibile e duratura possibile perché in essa si rispecchia la volontà del maggior numero possibile di persone. Difficile? Forse, ma non ci sono soluzioni migliori. Pensateci: questo concetto è sperimentato da tutti nel proprio privato; non capisco perché sia difficile vederlo identico nella vita pubblica. 

Il veleno della demagogia

Mi si potrebbe dire che è una questione di numeri, che la riduzione di un terzo dei parlamentari non compromette il funzionamento di una democrazia. Ma si dovrà riconoscere anche che proprio l’inutilità di questa operazione ha il sapore di una manovra diversiva e che è piuttosto irritante vedere che di fronte al collasso del rapporto tra rappresentanti e rappresentandi l’unica strategia sia eliminare l’oggetto del contendere. 

Come dire: non sono capace di darti rappresentanti migliori, più coerenti, sinceri e presenti, insomma più rappresentativi, allora te ne do meno. Io non vorrei meno Parlamentari, li vorrei solo migliori. E soprattutto li vorrei scegliere e vorrei che rispondessero a me. Perché non abbiamo bisogno di meno politica e di meno partiti, abbiamo una terribile necessità di coinvolgimento, negoziato, confronto. Abbiamo bisogno di un futuro in cui la politica sia un interesse di tutti, non un affarone di qualcuno.