Finalmente approda in aula al Senato la legge di conversione del decreto sulla fine di questo anno scolastico e l’inizio del prossimo, più altre non meno importanti questioni sulla gestione dell’istruzione nell’emergenza sanitaria. E’ in lavorazione dall’8 aprile e scade il 7 giugno, è in prima lettura e deve passare dalla Camera dei Deputati. Intanto l’anno scolastico finisce il 6 giugno e tutto quello che poteva essere fatto è stato già fatto sul fronte. Sì, come nella migliore tradizione italiana: mentre i generali discettano del nulla e si compiacciono della loro retorica, i soldati combattono sul fronte con le scarpe di cartone e senza munizioni.

Ma almeno un tempo l’inadeguatezza era meno sfacciata e veniva misurata col tempo e attraverso il lavoro degli archivisti e degli storici, oggi si presenta in diretta in patetici video che il ministro pubblica sui suoi media personali e ridicole circolari del suo rasputin ministeriale che descrivono un mondo che non c’è, pretendendo che la realtà si uniformi alla loro visione (?) invece del contrario. Nell’era dell’apparenza è duro fare i conti con una opposta quotidianità, concreta e dolorosa per chi la deve vivere fino in fondo.

Dunque senza alcuna certezza normativa e abbandonati a loro stessi svariati milioni di italiani hanno attraversato l’emergenza come potevano e in ordine sparso, preservando chi solo la propria salute (mentale soprattutto) chi anche i propri valori professionali e culturali. Spesso perfino entrambi. Basterebbe questo a dimostrare l’incapacità dell’esecutivo, del ministro e di tutto il suo apparato.

Invece no, non basta mai. A denunciare la distanza tragica tra chi legifera e dispone e chi provvede e rimedia sta agli atti il dibattito surreale iniziato in aula ieri, 27 maggio 2020, che si conclude oggi con un voto di fiducia e i rituali interventi di coloro che pretendono di rappresentare il popolo. 

Conosco molto bene i meccanismi della discussione parlamentare e mi inchino davanti ai tempi e ai modi delle Istituzioni, ma ancora una volta quello che mi disgusta è l’interpretazione che ne viene data. Mi sento un po’ come si sarebbe sentita Joan Sutherland se mi avesse ascoltata cantare Casta diva. Trovo offensivo tutto: la sciatteria con cui è stato redatto il decreto, la pigrizia e imperizia con cui è stato discusso in Commissione (qui i resoconti per rendervi conto), la strumentalizzazione politica, o forse, peggio, economica, di elementi epifanici dell’ormai irrimediabile decadimento dell’istruzione (vedi la difesa delle scuole paritarie dell’opposizione), l’incolta superficialità di chi prende la parola per parlare di didattica e non padroneggia neppure la propria sintassi, la rude volgarità di chi vede solo gli strumenti materiali e non sa che scuola è soprattutto la potenza rarefatta della conoscenza.

Ma ciò che mi offende più di tutto è la certezza che ancora una volta questa schiera di personaggi privi di qualsiasi adeguatezza al ruolo che ricoprono si riempiano la bocca delle esigenze dei bambini e dei ragazzi in nome della necessità di produrre un’adeguata classe dirigente per il domani, che gentaglia priva di merito si preoccupi che nella scuola si valorizzi il merito.

Bene, io invece sono fermamente convinta che la scuola non sia il pezzo di strada che porta le persone dall’infanzia al mondo del lavoro, ma che sia lo spazio che la Costituzione garantisce a ogni cittadino per sviluppare la sua personalità e prendere il gusto della conoscenza non finalizzata alla produzione ma a stimolare il piacere del sapere. La complessità di tutte le questioni che riguardano il sistema dell’istruzione non può sopprimere questo principio.

Scuola deriva dalla parola greca σχολή, che significa tempo libero.

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