Questo è il mio intervento pubblicato sulla Gazzetta di Reggio sul tema dei nuovi fascismi per il quale i partiti della maggioranza esibiscono tanto sdegno senza nulla stringere e senza affrontare davvero i vuoti che si sono aperti nel paese, vedi per esempio alla voce scuola. 

 

Ci siamo stupiti anche noi come il direttore Scansani per il silenzio con cui gli apparatcik locali hanno accolto i rigurgiti squadristi dei giorni scorsi, un cuneo che si insinua nel vuoto lasciato colpevolmente libero da una politica che considera le conquiste compiute sulla strada dei diritti non come impegni da onorare nei fatti ma come insegne da esibire per promuoversi e autoassolversi.  

Si è distinto il ministro Delrio che ha prontamente stigmatizzato le nuove camicie nere come coloro che hanno paura della verità. Ma quale verità interessa davvero al nostro ex sindaco? Quella storica della Resistenza anestetizzata da troppa retorica strumentale, oppure la verità di un Paese che perde la memoria perché perde la sua cultura, i suoi giovani, la sua scuola? La stessa istruzione che ora, in Commissione giustizia, viene chiamata in causa come primo presidio di civiltà mentre si discute di potenziare la repressione alla propaganda fascista.

Per toccare con mano questa ipocrisia basta prendere una qualsiasi scuola media periferica: un non luogo, in cui insegnare è quasi utopia perché lo è anche l’osservanza delle più banali regole della convivenza in classe, come lo stare seduti e ascoltare attenti il docente. Dove il numero dei ragazzi certificati e problematici sta crescendo senza che lo Stato se ne preoccupi. Dove il dilagante disagio e la marginalizzazione delle famiglie irrompono fino a compromettere l’attività didattica. Dove, anche per l’umiliazione continua cui è sottoposta la categoria degli insegnanti, c’è rassegnazione e aria di saldi per cessazione attività. Per prendere un 6 basta una parola disarticolata o qualche crocetta indovinata a caso, mentre la principale preoccupazione dei docenti è sempre meno comunicare amore per la conoscenza e sempre più sopravvivere alla burocrazia. 

Questa scuola può fare poco per chi non ha già sue risorse culturali ed economiche e l’ascensore sociale di un tempo oggi si muove verso il basso, consegnando alla società generazioni di semianalfabeti, destinati all’emarginazione o a una ribellione che magari veste camicie nere senza alcuna consapevolezza di cosa questo significhi. 

Finché non ci si rende conto dell’emergenza che sta compromettendo in modo sempre più irreparabile l’educazione e l’istruzione della fascia 6-18, ogni sforzo di contrastare per legge il neofascismo è una fragile foglia di fico. Dare corpo, dignità e risorse alla scuola significa formare non solo lavoratori ma anche persone e cittadini consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, e memori della strada fatta per conquistarli e definirli; è lì che si costruisce il futuro dei giovani e del Paese. Questa è la verità concreta e quotidiana: la Resistenza di oggi è quella dei tanti colleghi, maestri e professori, che non si arrendono e si caricano sulle spalle il gravoso compito di tenere viva quella capacità di formare e di istruire che, girando per il mondo, si scopre che tutti ci invidiano. 

Sono stata invitata giovedì sera (14 dicembre, n.d.r.) all’incontro cui fa riferimento il direttore: ho dato la mia disponibilità essendo coinvolta come cittadina, come senatore e come insegnante e darò il mio contributo e spero che saremo tanti. Nel frattempo mi piacerebbe che chi con una mano toglie alla scuola risorse e con l’altra la investe di sempre maggiori responsabilità si facesse un’alternanza scuola-lavoro, trascorrendo nelle nostre aule almeno le 400 ore che hanno imposto agli studenti con la legge 107, così magari affronterebbe anche lui una qualche verità senza paura.

Senatrice Maria Mussini, vicepresidente Gruppo misto