Legge di bilancio per il triennio 2018/2020, come tutti gli anni non mi sottraggo: nonostante i senatori non siano convocati in aula  io non ce la faccio a restarmene a casa come se fosse una vacanza per cui mi sottopongo a un vero calvario e me la studio.

La sofferenza non è certo determinata dall’impegno materiale, che pure è sostanzioso, tutto il giorno e spesso anche sera tardi fino a notte circondata da montagne di fascicoli in una ridda di testi cifrati in cui cerco di districarmi per capire come verranno spesi i denari pubblici; la vera frustrazione è vedere che si tratta di un rituale triste e distorto di cui voglio rivelarvi la vera malattia.

E’ una legge di iniziativa governativa e, dato che di fatto il funzionamento della macchina dipende dalla benzina che metto nel serbatoio, è il provvedimento più politico che si possa immaginare da parte dell’esecutivo. Ma nello stesso tempo richiede anche l’approvazione del parlamento, quindi è un momento di confronto tra i due poteri dello stato, reso più intenso dagli interessi di cui ogni senatore o deputato è o si sente rappresentante.

Ma è la totale mancanza di prospettiva di questo esercizio di contesa delle briciole che produce la sgradevole sensazione di correre come criceti nella ruota. Padoan non si è mai fatto vedere perché questo mercato da poveretti non gli interessa. Infatti questa manovra che fa agitare tanti vale 27 miliardi di euro mentre la spesa generale dello Stato ammonta per  il 2018 a quasi 620 miliardi di euro, ai quali se ne aggiungono più di 226 di rimborso del debito; questo significa che 853 miliardi di euro sfuggono totalmente alla discussione politica. Questa è la malattia: i parlamentari si accapigliano mentre la vera questione è che sarebbe ora di sottoporre alla discussione politica il costo generale del funzionamento dello stato e la valutazione delle priorità. Invece ci sentiamo sempre ostaggio della mancanza di denaro senza che ci sia alcuna consapevolezza di dove vadano a finire i soldi; il risultato alla fine è che l’alta burocrazia ragionieristica domina e si ingrassa, mentre i politici sono solo i suoi pupazzi e nel popolo non matura alcuna consapevolezza e volontà di ridiscutere le regole.

Per farla breve: da un lato gli onorevoli si affannano a presentare i loro emendamenti pietendo per ottenere qualche soldo (da iniziative locali della natura più svariata fino a grandi temi come pensioni, lavoro, famiglia, …) o per porre sul piatto, meglio sarebbe dire sul mendìco piattino, questioni importanti (fondi alla ricerca, tutela del territorio oppure maggiori risorse agli enti locali ormai in apnea finanziaria). Dall’altra parte del banco della presidenza sta invece la dimensione ragionieristica della politica, incarnata negli ultimi anni dal vice ministro Morando, a fare le veci di Padoan, impegnato nelle sedi che contano davvero.

Così giorno e notte si accavallano dichiarazioni di voto, accantonamenti, riunioni di maggioranza, conciliaboli furtivi e trasversali tra rivali di partito uniti degli stessi interessi (geografici o di categoria), incontri alla luce del sole e della stampa con le parti sociali e abboccamenti discreti con lobbisti, bocciature con onore al merito e approvazioni di oscenità per dovere di alleanze. Infine si consuma il grande falò dei fascicoli, essendo riassunto tutto nel maxi emendamento che viene sottoposto alla fiducia.

Ma i politici si sottopongono con determinazione a questo ring in cui si misura il potere dei singoli o delle forze più o meno visibilmente in campo: lo scopo non è solo quello di spostare delle cifre da un titolo di spesa a un altro, ancor di più fa gola esserne titolari per vedere il proprio nome nel lancio di agenzia che gli procurerà la gratitudine dei beneficiari e per incrementare il proprio indice di produttività sui siti di Open Parliament & Co. Sì, perché Il cittadino oggi va a vedere il punteggio del parlamentare, senza accorgersi che non sono valutati i contenuti perché l’analisi quantitativa costa molto meno, è più immediata e fa più colpo  di quella qualitativa e chi si occupa della trasparenza parlamentare non va troppo per il sottile. 

Tutto questo, direte voi, è triste e distorto e la morale è questa: o non abbiamo sovranità oppure qualcuno ci sta prendendo in giro.

 

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