Oggi in Senato è stata votata la nuova legge elettorale, con svariati voti di fiducia e le solite forzature della XVII legislatura.

La mia domanda è dunque: ma la sovranità appartiene ancora al popolo?

Qui sotto il resoconto scritto del mio intervento e qui il video integrale:

È iscritta a parlare la senatrice Mussini. Ne ha facoltà.

MUSSINI (Misto). Signora Presidente, l’Italia è una Repubblica, res publica, sempre meno pubblica, in cui i vantaggi vanno sempre più ai privati ed il bene pubblico è sempre meno nelle mani del pubblico; è fondata sul lavoro, un lavoro che già era in crisi e che con gli ultimi provvedimenti, approvati in questa legislatura, è stato ulteriormente massacrato come valore e non solo come entità e come quantità; arriviamo poi al clou, ovvero all’affermazione che la sovranità appartiene al popolo e la sovranità appartiene al popolo nella misura in cui… (Brusio).

Signora Presidente, chiederei ai colleghi se potessero consentirmi di parlare.

PRESIDENTE. Prego i colleghi alla mia destra di evitare di fare capannello e di consentire alla senatrice di parlare. È un po’ complicato, la prego di procedere.

MUSSINI (Misto). Questa sovranità effettivamente appartiene più ai colleghi che al popolo e apparterrà sempre meno al popolo, perché con questo disegno di legge elettorale vengono fissate delle regole d’ingaggio. Chiedo al senatore Azzollini di lasciarmi gentilmente proseguire.

Stavo dicendo che la sovranità, con questo provvedimento, sicuramente apparterrà ancora meno al popolo. Certo, quando noi siamo entrati in Senato, siamo entrati con una legge che già nel nome indicava la dignità con cui entravamo, una legge con cui non siamo stati scelti e che è stata dichiarata incostituzionale. Credo che tutti abbiamo sofferto, o almeno io ho sofferto per il fatto di non essere stata scelta e di non poter avere un’idea chiara e concreta di quante persone affidavano a me personalmente il compito di rappresentarle.

In questo disegno di legge non è previsto un voto libero. In sede di audizione ho sentito un’affermazione che mi ha fatto rizzare i capelli sulla testa, che il voto è libero…. (Brusio)

PRESIDENTE.Colleghi, senatore Petrocelli, senatore Sposetti, per cortesia.

MUSSINI (Misto). Al senatore Sposetti interessano solo i vitalizi, della sovranità popolare gli interessa poco. (Applausi del senatore Cappelletti).

PRESIDENTE.Guardi, senatrice Mussini, era soprattutto il senatore Petrocelli che faceva rumore.

MUSSINI (Misto). So che il senatore Petrocelli era al suo posto, il senatore Sposetti no.

PRESIDENTE. La prego, proceda, stiamo all’argomento e rispettiamo il senatore Sposetti. (Commenti dal Gruppo M5S).

MUSSINI (Misto). No, rispettiamo la senatrice Mussini che sta parlando. (Applausi della senatrice Bignami).

PRESIDENTE. Ma lei si rivolge al senatore Sposetti.

MONTEVECCHI (M5S). È indegna!

MUSSINI (Misto). Se mi faceste andare avanti anche voi ve ne sarei grata.

PRESIDENTE.Senatrice Mussini, prosegua.

MUSSINI (Misto). Spero che potrò recuperare questo tempo, ma tanto il popolo sarà massacrato comunque, che io parli o no.

Come stavo dicendo, in sede di audizione ho sentito dire che è un voto libero perché uno è libero anche di stare a casa, cioè di votare o no, e se gli fa schifo il fatto di non poter votare in modo chiaro e trasparente e indicare chi vuole che lo rappresenti, può sempre rimanere a casa sua.

Questo è il punto centrale: la sovranità, in questo Paese, non appartiene al popolo, ma ai partiti e anche ad alcuni movimenti che diventano partiti. In ogni caso non appartiene alla libera scelta e a una libera rappresentanza.

Ieri sono rimasta veramente scioccata nel sentire le parole con cui è stato ricordato Guido Rossi, che sono più o meno le seguenti: quando decidiamo se votare o no un emendamento pensiamo a quello che serve al Paese.

Questa è veramente l’evocazione di una scena surreale, perché in realtà quando decidiamo, ovvero quando decidono di votare un emendamento, lo fanno perché hanno qualcuno che dà loro un’indicazione. Il bene del Paese è veramente l’ultima delle preoccupazioni. Personalmente quando voto un emendamento cerco di capire cosa c’è scritto. Vedo che gli altri invece votano secondo indicazioni di partito. L’unico che ho visto cambiare idea è stato il ministro Orlando in Commissione (questo gli va riconosciuto), ma lui è un Ministro e magari può decidere. Si vede che tutti i peones che sono qua dentro non possono decidere. (Commenti della senatrice Albano).

Solo che questi peones arrivano qui a rappresentare delle persone e si ritrovano inquadrati dentro un partito. Oggi i partiti, tutti i partiti, formulano regole d’ingaggio che sono modellate su di loro e non sugli elettori, perché nel momento in cui viene eliminata la preferenza, nel momento in cui vengono attivati meccanismi di ricasco dei voti in modo surrettizio e truffaldino, è chiaro che si inganna l’elettore. Così l’elettore è libero di non andare a votare e infatti non ci va. Ma questo ai partiti non interessa; anzi, è meglio, perché la partecipazione è qualcosa di difficilmente controllabile. Non gliene può fregare di meno se non partecipano. Il fatto che i cittadini stiano a casa non è rilevante; anzi, meno vanno a votare più sono controllabili, perché sono quelli che indirettamente o direttamente sono a libro paga, che direttamente o indirettamente dipendono dalla politica e che quindi saranno facilmente manovrabili e calcolabili.

Questa scena surreale della libertà del voto di un emendamento ce la potremmo tranquillamente risparmiare, perché a chi è qua dentro ciò che pesa ancora di più è la gorgogliante ipocrisia con cui ci si spaccia per quello che non si è. La faccenda delle preferenze non riguarda solo l’elettore in modo diretto e quindi la possibilità di scegliere. La faccenda delle preferenze è qualcosa che riguarda ancora di più l’eletto, perché quest’ultimo sa di dipendere dalla volontà dell’elettore. Un eletto che dipende dalla volontà dell’elettore dipende meno dal capobastone, cambia poco che sia un capobastone padrone di azienda o padrone della bottega. Sempre capobastone è.

Quindi, le preferenze servono ancora di più per modellare il comportamento dell’eletto che non per dare all’elettore l’immediata libertà di scegliere. Così cadono tutti gli argomenti con cui non si vogliono concedere le preferenze, nella misura in cui sono sostenuti da una sostanziale sfiducia nei confronti del popolo e rivelano un sostanziale disamore, anzi un fastidio per tutti i meccanismi democratici. Questa sovranità deve infatti essere gestita come un patrimonio personale, perché chi è qui dentro aspira a ritornarci, a rimanerci e a esercitare del potere, perché in ben poche persone qui dentro ho visto quell’umiltà e quel rispetto per l’elettorato che è invece l’unico che può animare un amore vero per la democrazia.

Il termine della governabilità è ridicolo e grida vendetta, perché la governabilità è strettamente collegata alla percezione di fare il bene del Paese. Mi si dirà che i partiti presentano dei programmi. Bene. Al di là del fatto che non ho ancora visto nessuno qua dentro rispettare un programma, qui non c’è neanche rispetto dei principi. Faccio un esempio: sono un elettore che crede nella scuola come il polmone della crescita e dello sviluppo dei singoli cittadini e del Paese. Quindi legittimamente penso che, al di là dei programmi, se vado a votare qualcuno che parrebbe aver fatto opposizione strenua alla riforma della scuola firmata Gelmini, sicuramente otterrò qualcosa: forse non otterrò che quella riforma venga cancellata, ma che venga modificata, migliorata, che la situazione della scuola venga comunque presa a cuore. Voto e mi ritrovo la cosiddetta legge Giannini, che non solo peggiora le condizioni della legge Gelmini, ma che contraddice anche dei principi solidissimi. Non si tratta, quindi, solo di programma, ma anche di principi.

Ho fatto questo esempio, ma avrei potuto farne tanti altri. Cosa deve fare un elettore a questo punto? Di chi si deve fidare? Per quale ragione l’elettore dovrebbe essere meno capace di scegliere i suoi rappresentanti di quei segretari di partito, di quei potentati che sono all’interno dei partiti o dei movimenti che scelgono sulla base di questa incoerenza ai principi, alle dichiarazioni, alla storia stessa che ha contraddistinto prima i più vecchi e poi i più giovani al momento della loro entrata? Per quale motivo? Dov’è la ragione per cui il soggetto che appartiene al popolo dovrebbe rinunciare a scegliere? Qui dentro chi ha dimostrato di essere più capace di scegliere?

Questo è il segno della mancanza di ciò che servirebbe di più per poter stare qui dentro, cioè un amore autentico per le prime righe della Costituzione. Infatti, se la sovranità appartiene al popolo, ciascuno agisce in nome e per conto del popolo, non in nome e per conto di sé stesso, della propria struttura di partito o di movimento e per la sopravvivenza della propria visibilità e del proprio potere.

Tutto questo naturalmente non c’è nel disegno di legge in discussione. Ancora una volta viene persa un’occasione, ma non si poteva neanche immaginare che potesse essere colta. Purtroppo i cittadini confondono le persone che interpretano le istituzioni con le istituzioni stesse. Purtroppo, perché i cittadini dovrebbero essere i primi a fare questa distinzione. È un po’ comportarsi come Gesù nel tempio: prendere in mano la frusta e sbattere fuori dalle istituzioni coloro che non ne sono degni. Invece saranno costretti ad accettare una legge che, dopo che le prime due affermazioni della Costituzione sono state negate, nega anche la terza.

Io, insieme ad altri, non sarò complice del presente disegno di legge per motivi forse simili e forse diversi; non ne sarò complice anche con rammarico, pensando che purtroppo il popolo non sembra molto intenzionato a riprendersi le istituzioni. Purtroppo, quella grande spinta alla partecipazione che mi aveva portato qui è finita anch’essa, si è arenata. D’altro canto il sistema è difficile da combattere, tende ad invischiare ed è molto facile essere invischiati. Bisogna ricominciare tutto da capo, forse dalla scuola, forse dai giovani, l’unica fetta di popolo che in quest’Aula non è mai stata nominata con rispetto. Forse bisogna cominciare dalle persone che stanno peggio, forse bisogna ricominciare proprio fuori da queste Aule. (Applausi delle senatrici Bignami e De Petris).

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