Oggi in aula è iniziata la discussione generale su un disegno di legge che si spaccia come misura di sostegno ai piccoli comuni.

Si tratta di poco meno di 20 articoli che descrivono tutte le necessità che oggi affliggono i comuni, quelli sotto i 5.000 abitanti ma anche quelli sotto i 15.000 e anche i 50.000; sono problemi che affliggono il territorio, tutto quello che non è concentrazione urbana, in sostanza il nostro paesaggio, la nostra varietà culturale, la nostra maggiore ricchezza. Logica vorrebbe che la risposta fosse assegnare risorse per provvedere finalmente a questa situazione. Invece lo Stato, che da troppo tempo drena al centro tutte le risorse e non restituisce praticamente più nulla al territorio, destina solo invisibili briciole, essendosi trasformato in una cinghia di distribuzione di tanto denaro e opportunità a pochi privilegiati. Per dare un’idea: la cifra di 10 milioni stanziata equivale a 1 euro a testa all’anno per ogni cittadino dei comuni destinatari. 1 euro a testa all’anno!? 

Io mi ribello a tutto ciò. Io sono dalla parte dei territori, sono contro la distorsione della nostra storia e della nostra geografia, sono dalla parte dei sindaci, che si battono ogni giorno per i loro cittadini, oggi più che mai contro un’amministrazione centrale che inghiotte le risorse e chiede ai cittadini di provvedere ai bisogni del quotidiano, con eroismo e volontariato. 

Qui trovate il testo del provvedimento sui piccoli comuni, qui la discussione generale e di seguito il testo del mio intervento.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mussini. Ne ha facoltà.

MUSSINI (Misto). Signora Presidente, francamente quando ho letto il testo del disegno di legge in esame ho pensato che ci fosse un errore di stampa, un refuso. Quando ho letto la cifra di 10 milioni ho pensato che mancasse qualche zero, perché in tutti gli articoli di cui il disegno di legge si compone si dipinge in modo chiarissimo qual è lo scenario dei bisogni del territorio.

L’Italia è fatta di una somma di territori, non è una nazione, come altre, in cui si possa immaginare che le risorse, la storia, la cultura, la creatività e tutto ciò che rende un Paese sano siano concentrate. Questa è la situazione sotto il profilo geografico – l’Italia è una somma di territori – e per ragioni storiche.

Come ha ben dipinto, anche alla luce di un’esperienza personale, il collega Ceroni, la realtà di oggi è un incubo per i sindaci dei piccoli Comuni, al punto tale che – è notizia recente – alle ultime elezioni in alcuni Comuni nessuno si è candidato alla carica di sindaco. Come ha detto il collega Ceroni, fare oggi il sindaco di un piccolo Comune è una forma di eroismo. Purtroppo, però, le forme di eroismo non sempre sono quelle che noi scegliamo. Infatti, viene anche da chiedersi: chi ce lo fa fare?

Ciò che colpisce del provvedimento è anzitutto la dimensione ridicola delle risorse stanziate. Come già è stato messo in rilievo, dieci euro ad abitante per dieci anni vuol dire un euro all’anno. Facciamo un confronto con le cifre stanziate per il finanziamento per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese: si tratta di 1.900 milioni di euro per il 2017, 3.150 milioni di euro per il 2018, 3.500 milioni di euro per il 2019 e 3.000 milioni di euro per ogni anno dal 2020 al 2032. Questo è denaro fornito dai contribuenti. Ricordo che i contribuenti sono tutti gli italiani: un insegnante che vive in un piccolo Comune è contribuente esattamente tanto quanto un insegnante che vive in una grande città. Non può sfuggire il fatto che il cosiddetto bando periferie mette in gioco per le grandi città e i capoluoghi di Provincia svariate migliaia di milioni di euro.

Penso che questo sia il segno di un abbandono prima di tutto economico, ma anche culturale e soprattutto politico, di cui comunque i cittadini chiederanno conto. Infatti, questa è una Repubblica in cui – giustamente – per ogni cittadino c’è un voto. Questa politica, che è non solo di questo Governo, ma degli ultimi vent’anni, ha manifestato la sua totale incapacità di ricongiungere due realtà: la realtà che piace accarezzare, quella che adesso vorrei rappresentare con l’esempio dei grandi poli museali che tanto piacciono al ministro Franceschini, con l’aspetto costitutivo di questo Paese, cioè una ricchezza diffusa sul territorio.

Quest’anno – lo dico perché così sollecito anche la giusta identità del senatore Vaccari, che è relatore – nel Comune di Maranello si è festeggiato il 70° anno della Ferrari. Vorrei sottolineare che il Comune di Maranello, che fino al 2000 si attestava rigorosamente al di sotto dei 15.000 abitanti, nel 1947 ha visto la nascita del gioiello della Ferrari. Questo è solo uno di tutti quegli esempi di creatività, sotto il profilo culturale e non solo industriale, che non starò a citare, che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora i nostri piccoli Comuni.

Ecco la risposta che dà la politica: un provvedimento in cui ci sono briciole rispetto a quello che viene descritto in tutti gli articoli, ossia una serie importante di bisogni, necessità e idee per la valorizzazione che vengono finanziati con un euro per abitante al giorno. È uno schiaffo.

Qual è allora il punto centrale del testo in esame che trovo particolarmente fastidioso, perché è politico e istituzionale? Il provvedimento serve, in realtà, come inganno, come esca: all’articolo 3, dove si inserisce questo fondo, è scritto che, per quanto possibile, verrà assicurata un’equilibrata ripartizione delle risorse a livello regionale. «Per quanto possibile»? Ma come? E soprattutto verrà data priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusioni o appartenenti a un’unione di Comuni. Questa, quindi, è la vera finalità del provvedimento: spingere su un processo rifiutato dalle comunità e dai cittadini, ossia la fusione e l’unione dei Comuni. Fusione e unione di Comuni, infatti, sono il parto di una burocrazia ragionieristica di mezze maniche che stanno sedute davanti ai loro conti e, senza guardare alla realtà del nostro Paese, si preoccupano di fare un ragionamento di tipo contabile. La fusione e l’unione dei Comuni, già resa difficile da una storia e una cultura che vedono il loro pregio e il loro valore nella differenza, sono ulteriormente rese ridicole dal fatto che pretendiamo si uniscano Comuni separati proprio dalla mancanza di quelle infrastrutture che forse renderebbero più accettabile una sinergia tra istituzioni diverse.

L’accusa che dunque mi sento di muovere alla classe politica e al Governo di oggi, ma anche a quelli di ieri e dell’altro ieri, è di non essere stati capaci di guardare costantemente alla realtà del nostro territorio e di essersi invece arroccati sulla ricerca di un consenso su grossi agglomerati, che ha fatto perdere di vista la nostra vera ricchezza; ora, però, si pretende da parte dei piccoli Comuni uno sforzo che va non solo contro la loro cultura, ma anche contro le loro oggettive capacità di condividere servizi. Questo è l’insulto più grosso.

A ciò si aggiunge il fatto che ai piccoli Comuni non viene data flessibilità rispetto a tutte le esigenze rappresentate in quest’Assemblea; anzi, viene chiesto di corrispondere agli stessi obblighi che vincolano i grandi Comuni, senza avere le risorse né il personale. Ecco un altro punto sul quale voglio manifestare qui, rispetto non solo a questo provvedimento, ma a uno stile generale: oggi si pretende di assegnare questo denaro sulla base di bandi. Non sono affatto d’accordo con l’opinione espressa da diversi colleghi che salutano il concetto di bando come un omaggio alla meritocrazia, perché stiamo parlando di bisogni.

Allora il bando è comprensibile quando io ho davanti dei soggetti che sono per esempio aziende che giustamente devono essere messe alla prova sulla loro capacità di produrre e di offrire prodotti migliori qualitativamente. In questo caso, invece, stiamo parlando di amministrazioni, di cittadini, stiamo parlando di comuni ai quali è stata sottratta la possibilità di dotarsi delle risorse umane che sarebbero necessarie per costruire quei bandi. Si chiede ai Comuni di investire magari in società private che allestiscano i bandi per loro. Se io sono lo Stato e raccolgo denaro dai contribuenti e lo distribuisco sul territorio, non lo faccio sulla base del merito dei singoli cittadini del territorio ma lo devo fare sulla base dei bisogni. Una località che ha bisogno di uscire da una condizione di difficoltà, ha bisogno di uscire da una condizione di arretratezza, ha bisogno di dotarsi di scuole e di valorizzare i cittadini di oggi e i cittadini di domani, io non la posso richiamare ad un concetto di merito, devo essere io Stato, se ho la pretesa di raccogliere il denaro dei contribuenti, a dare la risposta necessaria.

Se fosse solo per queste ragioni – la fusione dei Comuni e il procedere per bando – questo provvedimento non meriterebbe nulla di più di un voto astensione, ma i due inganni contenuti nel disegno di legge, che sono inganni di meccanismo e sono una profonda manipolazione dei doveri dello Stato rispetto ai territori, mi spingeranno ad un voto contrario.