Nella mia città siamo a un giro di boa: a Reggio Emilia c’è bisogno di analisi intelligente e di saggia lungimiranza, come in tante altre città simili nel paese, né grandi né piccole, motori di pezzi anche importanti dell’economia e della cultura fino a una decina di anni fa, sorprese da una crisi generale e alle prese con il difficile lascito di una globalizzazione che sembrava gratis e ora mostra conseguenze impreviste e ulteriori sfide. Oggi abbiamo bisogno di coraggio, idee, energia; certamente non di chiamate alle armi trite e ideologiche come quella dell’attuale sindaco. Ho risposto così all’appello che egli aveva rivolto ai reggiani, raccogliendo qualche centinaio di firme. Il mio intervento è stato pubblicato da La Voce di Reggio, lo riporto anche qui.

Reggio Emilia, 11 agosto 2017

Nel leggere l’accorato appello di Vecchi in difesa della città inclusiva, non si capisce bene se il nostro sindaco ci è o ci fa. Per un amministratore l’ingenuità è un peccato che sconfina facilmente nell’inadeguatezza, oppure è un modo per mascherare la mala fede. In entrambi i casi è inaccettabile che chi oggi si ritrova oltre la metà del proprio mandato si metta sul piedistallo di chi detiene la visione morale e chieda sostegno su valori che non appartengono certo solo a lui e che lui semplicemente, se ci crede, ha l’obbligo di realizzare.

I cittadini manifestano disagio, chiedono da tempo risposte su temi essenziali come il lavoro, la certezza dei loro diritti, un confronto sull’utilizzo dei soldi pubblici e Vecchi cosa fa? Rilancia un generico appello invece di dare risposte concrete e di fare una seria autocritica sulle ragioni che gettano le persone nell’insicurezza e nella precarietà. Ripiega su una spremuta di retorica che mescola insieme Libro Cuore e Costituzione, un papocchio di petizioni di principio che con una raccolta di firme traccia una linea di demarcazione tra buoni e cattivi, tra chi lo sostiene e chi è contro di lui, bollando questi ultimi di razzismo.

L’aspetto più grave che emerge dalla mossa di Vecchi è l’ennesimo rifiuto di fare un’analisi del disagio perché questo lo metterebbe di fronte all’incapacità di rispondere adeguatamente a una crisi economica e culturale che né lui né il suo partito e la cosiddetta classe dirigente di cui si circonda e che lo sostiene (e che gli firma l’appello) ha voluto o saputo quanto meno riconoscere, tanto meno affrontare per tempo, in modo programmato e lungimirante. Mentre la rinuncia alla partecipazione e in ultima istanza alla visione collettiva della società sono il frutto della sordità di cui lui stesso dà prova quando risponde fischi per fiaschi. Fra le categorie di fragili invocate nell’appello troviamo, per esempio, le vittime delle ludopatie: Vecchi dovrebbe sapere che per volontà della sua stessa parte politica una delle principali voci di bilancio statali è costituita dalle tasse sul gioco d’azzardo, oltre che su sigarette e alcolici, e che le tabaccherie se vogliono continuare a garantire i servizi della Lottomatica sono praticamente costrette a dotarsi di slot machine; le diseguaglianze: le scuole non sanno più a che santo votarsi per trovare i soldi che servono per integrare i disabili e offrire loro un sostegno continuativo e costruttivo, idem per chi ha disturbi di apprendimento o carenze linguistiche come gli extracomunitari; i poveri: invece di invocare un vago assistenzialismo, sarebbe il caso di ricordare che il Jobs act voluto dal Pd ha aumentato la possibilità di essere licenziati ma non i posti di lavoro, mentre il crollo delle coop rosse ha lasciato famiglie intere non solo senza stipendio ma anche senza risparmi. I soldi pubblici ceduti a uso privato e destinati all’arena del Campovolo – su cui Vecchi, anche qui, continua a non rispondere ai cittadini – servono forse per contrastare la marginalità e il degrado sociale?

La realtà non è fatta solo degli eventi autocelebrativi in cui si riconosce una più o meno piccola fetta di reggiani che partecipano alla gestione delle risorse e del potere ottenendo incarichi, vetrine, prebende varie. Reggio Emilia è fatta anche da altri: una parte se la cava da sola stando più lontana che può dal pubblico, coltivando un disgusto (a volte anche di comodo) sempre più profondo nei confronti della politica; una parte sempre più ampia è preoccupata, perché si vede sempre più povera, capisce che le opportunità non sono equamente distribuite e che il merito del suo curriculum è sopraffatto dall’abilità di chi gioca nella squadra giusta di calcetto e intrattiene relazioni più che applicare conoscenze e capacità che spesso non ha.

Un sindaco risponde delle politiche locali, un esponente di un partito di governo e membro dell’ANCI risponde anche di quelle nazionali e da chi governa una città che ha l’ambizione di essere un modello si pretende consapevolezza e autocritica, la volontà di andare a fondo, di fungere da trait d’union tra le istanze dei suoi concittadini e il centro, anche quando le decisioni della propria parte politica vanno in direzione opposta. La mistificazione fa comodo a molti, ma i cortigiani che magnificano gli inesistenti vestiti dell’imperatore è una favola che non ci possiamo più permettere. La nuova storia da scrivere parla di una città che esiste davvero, una “Reggio nuda” a cui mi auguro tanti vogliano contribuire.

Senatrice Maria Mussini, Vicepresidente Gruppo misto

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