La malattia mentale resta uno dei pochi tabù della nostra società, lo è in generale ma ancora di più quando la patologia è confinata dietro le sbarre. La politica non se ne cura perché non porta voti, mentre tra i cittadini comuni ne ha in genere consapevolezza solo chi, suo malgrado, è costretto ad affrontala nel proprio contesto familiare.

Eppure le ricadute sociali sono notevoli, soprattutto in termini di sicurezza e di costi per il welfare e soprattutto, anche se ci fa paura pensarlo, nessuno può chiamarsi fuori a priori e la cronaca ogni giorno ci richiama a questo.

Un sintomo evidente di questa situazione è ciò che sta accadendo a Parma, una città in cui la carenza di forze dell’ordine è ulteriormente aggravata dalla pessima gestione dell’assistenza sanitaria in carcere da parte della Regione in capo al Pd.

Come ho appurato io stessa nel corso di una visita presso la struttura penitenziaria del capoluogo emiliano, né il carcere attuale né il suo nuovo padiglione ora in fase di costruzione prevedono al proprio interno un reparto sanitario, nonostante il ricorso agli  accertamenti e alle cure sanitarie esterne da parte dei detenuti siano molto frequenti, pari a una media di 5 uscite al giorno, fino ad arrivare a punte di 9 o 10. Sottraendosi alla spesa di un presidio sanitario interno, la Regione aggrava notevolmente non solo il carico di lavoro della Polizia penitenziaria, già oltre il limite, ma anche la situazione sicurezza della città, dal momento che quando ad essere accompagnati sono i detenuti in regime di massima sicurezza del 41 bis (a Parma circa 50), costoro devono essere scortati dalla Polizia Penitenziaria insieme ad altre forze dell’ordine locali come Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza. Molto oneroso è inoltre il piantonamento presso l’Ospedale di Parma dei detenuti 41 bis ricoverati in lungodegenza (tra questi Totò Riina), per i quali sono previste tre guardie a testa, con l’impatto che questo comporta in un luogo pubblico e il rischio di compromettere la sicurezza dei cittadini. La situazione è poi destinata ad aggravarsi a causa dell’aumento dei 200 posti del nuovo padiglione, che si aggiungeranno ai 429 attuali, e dell’età media, che già ora conta almeno 100 detenuti di oltre 65 anni.

Se fosse presente invece all’interno del carcere un presidio sanitario adeguato, queste risorse di polizia potrebbero essere utilizzate per la sorveglianza del territorio, alleviando anche la spesa pubblica attraverso una migliore gestione della medicina preventiva (perché permettere a detenuti diabetici di mangiare merendine?) e difensiva (nel carcere di Parma si arriva a una media di 17 esami specialistici all’anno per detenuto!). Questa sì sarebbe razionalizzazione, non il taglio indiscriminato delle forze di Polizia.

Restando in Regione, un altro esempio ci viene dalle carceri di Reggio Emilia e della Dozza, entrambi teatro di due episodi di violenza di stampo mafioso tra detenuti imputati del processo Aemilia.

Come ho potuto appurare di persona nel corso di diverse visite nel carcere di Reggio, ex Opg, anche qui il sottodimensionamento  di organico della polizia penitenziaria è reso ancora più drammatico dalla carenza di percorsi terapeutici adeguati per chi soffre di problemi psichiatrici, nonostante la grande professionalità, l’esperienza e l’impegno degli operatori sanitari che attualmente vi operano.

La limitatezza della legge Marino, su cui avevo già espresso le mie preoccupazioni, che ha sancito la chiusura degli Opg e la loro sostituzione con le nuove Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), sta infatti portando le Regioni a drenare dalle carceri risorse e personale sanitario a favore di queste ultime, e Reggio Emilia non fa eccezione. Quando qui c’era l’Opg, vi operavano 7 psichiatri, mentre ora ce ne sono solo 3 che devono seguire i malati della sezione, l’ambulatorio della casa circondariale e anche prestare servizio all’occorrenza in ospedale. Inoltre, la conversione in articolazione sanitaria ha portato alla dispersione di un patrimonio di professionalità molto qualificate e difficilmente ora ricostruibile. Nonostante ciò, e proprio in virtù di questa ormai passata esperienza, il carcere di Reggio è ora l’unico in Italia a disporre di una vera articolazione per la cura dei malati di mente in carcere. Si immagini dunque qual è la situazione nel resto delle carceri italiane.

Anche se manca alla consapevolezza dei più e la stragrande maggioranza dei politici finge di ignorarlo, il problema dunque esiste eccome.

Per questo, nel testo approvato in via definitiva e ora legge sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, è espressamente indicata, per un mio intervento, la necessità di potenziare la cura della salute mentale in carcere e di attivare risorse che vanno ben oltre quelle previste per le Regioni dalla legge Marino (e non ancora del tutto erogate), tra cui quelle da destinare ai percorsi di riabilitazione e alle misure alternative alla detenzione. Ho inoltre chiesto nuovamente in commissione una breve ma significativa indagine sulla situazione della salute in carcere e sull’attuazione di questo provvedimento.

A riprova di tutto ciò, negli ultimi due giorni, nelle Case Circondariali di Parma e Reggio si sono verificati rispettivamente due suicidi, di cui il secondo dopo un rivolta difficilmente domata dagli agenti. Cosa deve accadere ancora?