Reggio Emilia, nella cronaca locale di questi giorni, infuriano le polemiche dopo che un gruppo ultracattolico ha annunciato una processione di riparazione al Gay Pride che si terrà in città il 3 giugno. Intanto la maggioranza mette in scena strumenti di propaganda come il Protocollo contro l’omo-trans negatività sottoscritto recentemente a Reggio alla presenza del sottosegretario di Stato, Maria Elena Boschi, e di cui l’amministrazione reggiana si affanna a rivendicare il primato. Un fumo negli occhi che rischia di oscurare tutta la polvere nascosta sotto al tappeto dalla legge Cirinnà e che fa perdere di vista i veri problemi, primo fra tutti quello dei bambini nati e cresciuti all’interno di famiglie omosessuali, che  continuano a essere ignorati da uno Stato che invece di colmare il vuoto normativo si gira dall’altra parte come Ponzio Pilato, lasciando i giudici ad arrangiarsi come possono e i bambini ad affrontare da soli un’ingiusta condizione di diversità imposta loro dagli adulti. Io credo che tutti, Chiesa e maggioranza, dovrebbero fare un esame di coscienza su questo.

Avremo un pieno riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali solo quando lo Stato avrà il coraggio di legittimare un matrimonio totalmente egualitario, che attribuisca una pari dignità a chiunque intenda manifestare alla società un impegno reciproco e un affetto di coppia, rivedendo anche la normativa del diritto successorio e la materia complessa delle adozioni, nodi che la legge Cirinnà non ha voluto affrontare. La possibilità di vivere la propria dimensione religiosa non può e non deve interferire con il funzionamento di una società che si è definita costituzionalmente laica. E a chi sostiene che la Cirinnà è incostituzionale – come fa monsignor Antonio Livi – vorrei ricordare l’articolo 3 della Carta secondo il quale ‘tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali’.