Pubblico anche qui l’articolo che è uscito oggi sulla Gazzetta di Reggio: in un momento in cui c’è bisogno di azioni concrete e convincenti, di risposte a bisogni diffusi e gravi è lecito fare domande su investimenti pubblici e interessi privati.

Il groviglio di relazioni al limite dell’incestuoso di una cerchia di happy few sotto il segno Pd era cosa già abbastanza nota, ma vederlo messo nero su bianco nelle certosine inchieste della Gazzetta può indurre qualche malizioso a pensare che la nuova fase di opere pubbliche promossa da questa amministrazione possa avere come malcelato scopo quello di preservare i privilegi sempre di quei pochi, eterne fenici che si preparano a risorgere dalle ceneri di Unieco e delle coop segnate dal medesimo destino. 

Noi non vogliamo cedere alla malizia, ma farci qualche domanda sì.

L’arena grandi eventi è un progetto ambizioso che potrebbe iniziare a dare un senso alla presenza della Mediopadana. Sono previsti studi sull’impatto ambientale, sulla gestione della mobilità e sull’impatto acustico, per cui supponiamo che l’opera si integri all’urbanistica complessiva nel modo migliore, riuscendo ad accogliere senza traumi flussi anche molto consistenti di pubblico. Il pubblico, appunto. L’assunto portato a dimostrazione della validità del progetto è l’identificazione tra spettatori e turisti, da cui la promessa di ricchi introiti per la città. Si suppone quindi che chi viene ad assistere a un concerto sia anche invogliato a fermarsi magari qualche giorno. Ma siamo sicuri che il tipo di pubblico attratto dai grandi concerti all’aperto non sia piuttosto quello dei ragazzi con sacco a pelo, panino e via? Quali sono i tipi di pubblico che vogliamo attrarre, quale volume ognuno di questi segmenti può generare e quali comportamenti e aspettative possiamo attenderci? In che modo riusciremo a convincere gli spettatori/turisti a fermarsi e a scoprire gli altri aspetti della città e quali sono gli aspetti su cui vogliamo puntare? Infatti, proprio quella Mediopadana che così facilmente può portare a Reggio le persone altrettanto facilmente se le può portare via una volta finito lo spettacolo per cui sono venute. Inoltre, sono previste politiche di coinvolgimento della cittadinanza e di incentivazione del sistema di accoglienza affinché chi arriva non se ne vada subito perché non trova sistemazioni adeguate? 

Quali e quanti saranno gli artisti che si esibiranno nella nuova arena, tali da garantire l’obiettivo di 320 mila spettatori all’anno? È stato fatto uno studio di sostenibilità gestionale di medio e lungo termine, considerando tra l’altro che l’utilizzo dello spazio è previsto da aprile a ottobre?

Il problema della stagionalità non tocca invece il progetto di riqualificazione delle ex Reggiane, altro luogo di destini incrociati e la cui narrazione da parte dell’amministrazione si è un po’ lasciata prendere la mano, tanto che riesce difficile capire che cosa ci andrà dentro, a parte Iren Rinnovabili già socia della partecipata Stu Reggiane incaricata dell’opera. La dimensione favolistica parla di un parco dell’innovazione in grado di attrarre talenti e imprese, ma finora l’unico dato certo sono i bilanci in rosso di Reggio Emilia Innovazione, l’altra partecipata che dovrebbe essere fucina di start up ma che finora è riuscita solo ad accumulare un buco di 700 mila euro nel 2014 e 2015 (2016 non pervenuto), senza che il Comune si sia sentito in dovere di spiegare ai cittadini che fine hanno fatto il loro soldi.

Insomma, una volta che le strutture sono definite, qual è il piano che potrà fare decollare questa identità posticcia fatta di Music Valley e di innovazione spinta? Oltre alle suggestioni, quali sono i profili di concretezza di un quadro d’insieme che non può appartenere al genere astratto?

A proposito, cosa si fa all’arena quando piove?

 Senatrice Maria Mussini, vicepresidente Gruppo Misto

Tagged with: