Pubblico anche sul mio blog il mio intervento uscito oggi sulla Gazzetta di Reggio.

C’era una volta un formaggio ricavato solo dal latte delle mucche di razza Rossa Reggiana, portate dai barbari nel VI sec. d.C., alimentate solo con l’erba verde tipica della propria zona, munte due volte al giorno, al mattino e alla sera…

È la storia del Parmigiano Reggiano Vacche Rosse, un formaggio di qualità suprema e italiano in tutte le fasi della sua filiera. Ebbene, con la nuova normativa europea, questo prodotto porterà la stessa indicazione “Made in Italy” che troveremo sul grana prodotto in Italia con latte ungherese, o il prosciutto stagionato a Langhirano fatto con cosce di maiali polacchi.

Così ha deciso il Senato respingendo gli emendamenti che, nell’ambito dell’art. 5 del ddl “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea”, proponevano di rendere obbligatoria sull’etichetta la specificazione del luogo di produzione e dell’origine degli ingredienti principali. Un’istanza trasversale di tutta l’opposizione rifiutata dalla maggioranza, il cui no è stato così motivato dalla sen. Pignedoli: esigenza di concretezza, difesa delle grandi aziende italiane di trasformazione, sviluppo del sistema agroalimentare.

Perché allora l’opposizione lotta per avere etichette più trasparenti? Da tempo tanti soggetti diversi puntano sulla valorizzazione del prodotto come espressione del territorio, di cui il Parmigiano Reggiano di montagna è solo un esempio, per ri-abitare con cultura tutte quelle parti del Paese che soffrono di abbandono, per renderle produttive con margini di guadagno decenti, per mantenerle belle. Ma questo è anche l’unico modo per specializzare il gusto dei consumatori, anche stranieri, e non lasciare campo libero ai prodotti fabbricati all’estero che occhieggiano a quelli italiani ma che italiani non sono: i cosiddetti italian sounding. Un giro d’affari che sottrae ai nostri produttori “circa 54 miliardi di euro l’anno (147 milioni di euro al giorno), comunque oltre il doppio dell’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23 miliardi di euro)” ( qui la fonte).

Invece la maggioranza ha scelto di favorire le imprese dei grandi numeri, che ottengono margini elevati anche grazie alle materie prime importate, e ha contraddetto le sue continue dichiarazioni sul valore del Made in Italy.

Abdicando al legame tra territorio e materia prima in tutte le fasi della filiera, buttiamo a mare l’unica cosa che nessun Paese o produttore straniero ci può sottrarre: i nostri luoghi e il loro intreccio inscindibile con le nostre tradizioni e la nostra storia. Perché qui sta la vera distintività del prodotto Fatto in Italia e noi, invece di rafforzarla, la annacquiamo in una visione miope che favorisce pochi, forti di grandi volumi di fatturato.

Sarà sempre più difficile difendersi e la sen. Pignedoli lo sa bene: i rischi che corre il Lambrusco la spinsero a organizzare un evento, chiamando a raccolta Consorzio, Regione e perfino il Ministro Martina. Allora perché no alle istanze di trasparenza?

Qui in gioco c’è la salute del consumatore, che evidentemente non deve sapere, la tutela dei tanti produttori che ogni giorno con fatica si impegnano a preservare l’origine italiana di tutta la filiera, ma soprattutto il gusto del vero Made in Italy nel mondo.

“C’era una volta e c’è ancora”: è così che ci dovremmo presentare sui mercati esteri. E questa non è una favola, è marketing.