La politica ha paura delle idee e per questo tenta di reprimerle con lacci e lacciuoli. Come in un gioco di specchi da teatro dell’assurdo, si invocano regole e ci si stracciano le vesti in nome di una trasparenza che, per beffardo paradosso, diventa invece sinonimo di opacità. Un velo oscuro ordito con il solo scopo di nascondere i veri obiettivi di politicanti con poche idee ma molte poltrone da presidiare.

Solo le idee possono dare vita a un’alternativa politica in grado di contrastare quella disaffezione dei cittadini dalla cosa pubblica che alle ultime amministrative ha visto in Emilia Romagna un suffragio del 30%, segnando il fallimento di tutti gli schieramenti.

Un Pagliari che fa opposizione in procura impugnando le presunte irregolarità di un’amministrazione del Regio che è riuscita a risollevare il teatro dal fallimento della precedente gestione dimostra che il PD queste idee non solo non ce le ha, ma non ha neppure aperto una seria autocritica sull’allarme che si è alzato dal deserto delle urne.

Un M5S che si affretta a epurare uno dei pochi delle proprie file che è riuscito a dimostrare come i valori originari del Movimento possano sortire in una buona amministrazione queste idee non le vuole, perché significherebbe riconoscere merito e autonomia a chi non si sottomette ai diktat di quello che è diventato un partito più partito degli altri.

Il punto non è se Pizzarotti è fuori dal M5S o non lo è. Pizzarotti è fuori già da due anni, da quando l’anima originaria del Movimento si è divisa: da una parte, valorizzazione del merito, dialogo con tutti per individuare le soluzioni operative migliori, partecipazione costruttiva e intelligente, rapporti interni democratici e trasparenti; dall’altra, impianto verticistico, dimensione mediatica, interessi societari, opacità nelle relazioni interne. Poco a poco, la prima è stata completamente inibita dalla seconda e ora il caso Pizzarotti ha reso finalmente evidente questa contraddizione. Più che inseguire talk show, i vertici del Movimento farebbero meglio ora a interrogarsi su questa metamorfosi e sull’idea di democrazia partecipata a cui il M5S nazionale non crede più.

Il punto non è nemmeno che Pizzarotti abbia segnalato o meno l’avviso di garanzia, perché chi invoca qui la trasparenza si rifà a norme che non esistono e che vengono confezionate ad personam, dunque la cosa più opaca che ci possa essere. Che cosa regola le comunicazioni nel M5S? Chi comunica a chi e in che modo? Chi ci dice quando Nogarin ha comunicato la sua situazione? E il sindaco di Quarto che cosa ha comunicato e a chi? Trasparenza e onestà usate come un mantra, un rosario ostinato di parole vuote concepito perché alla gente non venga voglia di chiedersi che cosa c’è dietro.

La vera questione per tutti è domandarsi come sviluppare un’organizzazione diversa della rappresentanza capace di evitare la sclerotizzazione dei partiti e l’arroccamento di una politica che per difendere le proprie posizioni non esita a erodere le nostre forme di partecipazione democratica, come ci chiede ora la nuova riforma costituzionale. Tutto il resto è solo pretesto. Per questo Pizzarotti, la sua maggioranza e la sua Giunta devono continuare a portare avanti il loro esempio di buona amministrazione anche senza M5S, dimostrando che quello che conta sono le buone idee e che queste non hanno bisogno di copyright.

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