Ecco qui il mio editoriale pubblicato ieri sulla Gazzetta di Reggio in occasione dell’ennesimo voto di fiducia sulla scuola.

La sentenza del tribunale di Reggio Emilia, che condanna il Miur a risarcire un insegnante neo assunto dei mancati scatti di stipendio e di anzianità maturati nel periodo di precariato, è un atto dovuto che riconosce una volta di più l’iniquità di un trattamento che i docenti precari subiscono da 20 anni a questa parte e per cui la Corte europea ha condannato l’Italia a pagare una sanzione pesante regolarizzando anche tutti coloro che fino ad ora hanno insegnato con contratti a termine.

La riparazione di questa ingiustizia è tra i principi programmatici della legge 107 sulla riforma della scuola; al netto dei proclami di Renzi, la realtà è però di segno opposto.

Prendiamo ad esempio uno dei punti cardine di questa legge, il cosiddetto organico del potenziamento: per gli spot del Governo, uno strumento a disposizione delle scuole per arricchire l’offerta formativa; per chi la scuola la vive, un calderone di insegnanti senza cattedra che dovevano essere assunti e che gli istituti devono usare come tappabuchi per supplire docenti anche in materie diverse dalla loro. Vi serve un insegnante di matematica? Ve ne possiamo mandare uno di musica. Il funzionamento è più o meno questo. La ragione è che l’organico del potenziamento non è stato pensato per rispondere alle necessità di cattedra delle scuole, né per garantire continuità didattica agli alunni. Gli scopi sono altri, e tutti di ordine economico.

Non attribuire una titolarità ai singoli docenti è solo il primo passo per arrivare a toccare la ricostruzione della carriera e la quota di stipendio che ne consegue, evitando così che divampi la spesa per l’enorme quantità di risarcimenti cui avrebbe diritto l’esercito di precari che ha sostenuto la scuola dalla fine degli anni ’90 a oggi. Per quanto questo problema nell’immediato non si ponga, causa il blocco degli stipendi, quando il contratto nazionale sarà rinnovato, l’impatto sulle casse pubbliche sarebbe certamente ingente, e questo la ragioneria dello Stato lo sa.

L’iniquità a cui si voleva porre riparo così ora si traduce nella discriminazione data dalla coesistenza di due corpi docenti, uno con cattedra e adeguamenti di stipendio e uno senza tutto questo.

Non a caso, nella 107 il trattamento economico degli insegnanti è affidato a una delega vaga, una delle tante di questa legge, un testo infarcito di dichiarazioni di principio, ma che lascia carta bianca sui provvedimenti specifici. Decreti su cui il Governo ha mano libera, dal momento che le Commissioni possono solo esprimere un parere di conformità che non è vincolante. Per questo la 107 è una legge a rilascio lento le cui evidenze sulla scuola di oggi non sono ancora così significative come invece si preparano a esserlo in futuro.

Un esempio per tutti: la delega che riguarda “L’assunzione con contratto retribuito a tempo determinato di durata triennnale di tirocinio di docenti nella scuola secondaria statale”. Eccolo qui il prossimo esercito di precari: tirocinanti a costo minimo da usare come tappabuchi e che, una volta finiti i tre anni, potranno in modo legittimo anche essere lasciati a casa. Non si forma, non si assume, si usa e basta: una sorta di Jobs act della scuola.

Intanto in aula sul decreto pomposamente chiamato “Scuole belle” il Governo mette la fiducia, i senatori della maggioranza intera tacciono e si nascondono; insegnanti, studenti e famiglie sono sempre più soli: le scuole diventeranno belle quando finalmente si capirà il valore e la bellezza di quello che lì dentro si fa.

Senatrice Maria Mussini – Vicepresidente Gruppo misto