Ida è una meticcia, nelle sue vene scorre sangue ebreo per parte di madre, ma nessuno ancora lo ha scoperto. Per questo si ElsaMorante-981x540appiattisce contro i muri quando la mattina, guardinga, sguscia dal suo rifugio e si avventura per le strade di Roma alla ricerca di qualcosa da mangiare per il suo piccolo Useppe, il figlio della colpa nato dalla violenza di un soldato tedesco all’inizio della guerra. Ida è vedova e dopo che una bomba le ha distrutto il suo misero appartamento di due stanze del quartiere S. Lorenzo, è stata costretta a rifugiarsi in uno stanzone comune ad altri sfollati nella periferia di Roma e a sistemarsi dietro a una tenda improvvisata insieme a Useppe, vestito con una camiciola troppo grande per i suoi tre anni deboli e smunti, tanto che sua madre arriverà anche a rubare e a nutrirsi solo di erbe bollite pur di riservargli qualche boccone. Siamo nel 1944 e Ida e Useppe sono due personaggi de La Storia di Elsa Morante.

Il 25 aprile 1945 che ricordiamo oggi è fatto anche di persone come queste. E allora forse dovremmo resistere alla tentazione della retorica e chiederci quale fu il senso della cosa pubblica maturato in chi c’era allora e provare a rivivere il sentire comune che portò alla proclamazione della Repubblica e alla sua carta costituzionale.

È difficile pensare che la politica non ti riguardi quando chi ti governa è la causa delle bombe che ti hanno squarciato la casa togliendoti ogni cosa, dalla dignità agli affetti più cari.

Che cosa penserebbero questi “ragazzi del ’45” dell’invito al non voto fatto dal partito democratico che di quelle persone proclama di avere raccolto l’eredità? Che cosa direbbero di fronte a un’astensione quasi del 70% a un referendum popolare? Accetterebbero che una regione (l’Emilia Romagna) sia governata da una rappresentanza votata da 17 su 100 degli aventi diritto? Che cosa farebbero nei confronti di una riforma costituzionale e di una legge elettorale che, se vince il sì ai due rispettivi referendum, renderanno possibile il replicarsi della medesima situazione a livello di governo centrale? Come reagirebbero alla notizia delle infiltrazioni mafiose che in Emilia, pezzo dopo pezzo, stanno mangiandosi la nostra economia e l’armonia della nostra convivenza civile?

In realtà è difficile uscire dalla retorica, ma dopo i fatti di Brescello e le prime sentenze del processo Aemilia sarebbe bello vivere un 25 aprile senza discorsi consolatori e facili schemi. Anche perché l’ultima domanda andrebbe rivolta a Nino, il figlio grande di Ida, che dopo la guerra fu ucciso dalla polizia mentre si dedicava al mestiere che aveva scelto di fare da grande, quello del contrabbandiere.

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