Al referendum delle trivelle io voterò sì e come me mi auguro tanti altri. Ma quei sì resteranno solo una goccia nel mare se mancheremo l’appuntamento con il referendum sulla riforma costituzionale.

Ripropongo questo articolo già pubblicato dalla Gazzetta di Reggio in cui lo spiego.

Trivellazioni e Costituzione: due temi per due referendum. Tra loro, un legame non trascurabile.

Attualmente, il tema delle energie è una materia concorrente tra Stato e Regioni, motivo per cui il primo non può fare a meno del confronto con le seconde, che hanno un potere autorizzativo e, insieme agli altri enti locali, possono opporsi a scelte che gli abitanti del territorio interessato ritengano lesive; per questa ragione la Consulta ha potuto dichiarare incostituzionali articoli dello Sblocca Italia che imponevano alle comunità locali decisioni prese dall’alto senza il consenso del territorio. Con la riforma del Titolo V prevista nel disegno di legge Renzi-Boschi (su cui si dovrebbe avere un referendum confermativo se sarà approvato dalla Camera dei Deputati) si toglierà alle Regioni e alle comunità locali il diritto di dare anche solo un parere su questi temi: i cittadini saranno tagliati fuori da scelte che toccano l’ambiente vitale che hanno più vicino in nome della presunta “ragion di stato” di un’amministrazione lontana in cui oggi con grande difficoltà si riconoscono. In pratica, se il governo decidesse di trivellare nel nostro giardino di casa, non potremmo obiettare alcunché e ci sarebbe ben poco da discutere e da consultare. 

Prima ancora di addentrarsi nelle ragioni del sì e del no sulle trivelle, è dunque necessario compiere un’operazione di zoom out e visualizzare il disegno di questo esecutivo, rispetto al quale il risultato del referendum del 17 aprile potrebbe diventare un avvertimento. 

La cornice è data dalle leggi che nell’ultimo anno e mezzo sono state licenziate forzatamente dalle Camere, come le riforme di scuola, lavoro, giustizia, RAI. Prove generali di un modello autoritario nel metodo, dal momento che l’approvazione di questi ddl è stata imposta a colpi di fiducia e ricatti, e nel merito, poiché il filo rosso che unisce tutti questi provvedimenti è la loro capacità di sottrarre potere decisionale e contrattuale alle categorie di cittadini coinvolte, demandandolo a un governo centrale che si è voluto garantire una piena libertà di manovra.  

L’invito all’astensione di Renzi, a cui giustamente la minoranza dem si oppone, rientra in questo quadro. Come può un partito che si chiama democratico invitare i cittadini a non esercitare il proprio diritto di voto?  Semplicemente, quel partito la democrazia non la vuole. E ricordiamoci che parliamo di un partito che, a causa dell’astensionismo record nelle ultime amministrative, in Emilia Romagna governa con il favore di 17 su 100 degli aventi diritto. Come dicevo, la questione della rappresentanza per loro non è un problema.

Ma se fino ad ora questo modo di procedere dell’iter legislativo si è mantenuto in bilico sul filo sottile che separa ciò che è lecito da ciò che non lo è, con l’eventuale vittoria del sì al referendum sulla riforma costituzionale, conquisterebbe la piena legittimazione e diventerebbe la regola.

trivelle

Il referendum delle trivelle si colloca su questo percorso, dopo un anno e mezzo di tentativi riusciti di smantellare nei fatti il dibattito democratico e poco prima del referendum sulla riforma costituzionale. A voi l’onere e l’onore di informarvi e di votare il 17 aprile, finché potete esercitare questo diritto. Ma deve essere chiaro che, tra i due referendum, la vera partita si gioca nel secondo, anche per l’ambiente. Ed è per questo che, se non vogliamo rinunciare alla nostra democrazia, sulla riforma costituzionale il voto deve essere no.

Al referendum sulle trivelle io comunque voterò sì.