Il 7 marzo scorso il Liceo musicale Attilio Bertolucci di Parma ha organizzato un’assemblea, cui sono stati inviati la sottoscritta insieme ai parlamentari di Parma Maestri e Romanini, nel corso della quale studenti, genitori e insegnanti hanno manifestato la loro grande preoccupazione per il profondo disagio che la riforma della Buona scuola sta creando alla didattica del loro istituto.

Il problema 

Questa scuola, così come tutti i licei musicali italiani, ora rischia di vedersi sottratti gli insegnanti di strumento che l’hanno portata avanti fin da quando questo tipo di indirizzo di studio è stato istituito dal ministro Gelmini e di vederseli sostituiti con insegnanti di scuola media o comunque non in grado di insegnare uno strumento.

La risposta dei parlamentari Romanini, Maestri, Pagliari

Per risolvere il problema, i parlamentari di Parma hanno annunciato di avere presentato un’interrogazione in cui si chiede al ministro Giannini di “utilizzare meglio lo strumento della mobilità”, sottolineando comunque il fatto che finalmente la riforma del Governo permette di assumere 63mila insegnanti.

In realtà, queste sono solo chiacchiere che non risolveranno le difficoltà né del Liceo Bertolucci né di tutti gli altri istituti musicali italiani. Non si capisce infatti come la cosiddetta mobilità introdotta dalla Buona scuola possa rimediare a questo disastro. Sarebbe interessante che Romanini, Maestri, Pagliari ce lo spiegassero. Nell’attesa, provo a tracciare io un quadro della situazione.

Come stanno realmente le cose

Il pasticcio nasce dal fatto di non avere previsto né un arruolamento specifico negli anni scorsi per il personale di questo nuovo indirizzo, l’inserimento nella legge 107 di una fase di transizione per i docenti che hanno già lavorato nei licei musicali.

Nati da differenti costole (parte dagli Istituti Magistrali che andavano scomparendo, parte direttamente dai conservatori e parte da sperimentazioni locali), fin da subito i licei musicali hanno mostrato un grande potenziale ma anche il bisogno di una specifica flessibilità: i loro docenti vennero mutuati dalle classi di concorso di musica e strumento musicale delle scuole medie o da quella delle ex-magistrali; a questi si aggiungevano nuovi insegnanti di strumento precari capaci di dare la formazione specifica a futuri musicisti. Insegnanti, questi, che ora in alcuni casi sono stati assunti nelle fasi A e B e in quella famigerata fase C, quella che col nome di potenziamento ha creato una schiera di docenti senza titolarità che si aggirano nelle sale insegnanti in attesa di essere impegnati in qualche sostituzione. Tutti questi, beffa delle beffe, non avranno titolo a richiedere l’assegnazione definitiva nei licei musicali perché non avranno finito l’anno di prova. Altri precari non ancora abilitati invece non potranno neppure accedere al concorso ora bandito.

A complicare il tutto giunge ora la ridefinizione delle classi di concorso fatta dal ministro Giannini che, mentre predica il merito e la professionalità dei docenti, li mette tutti in calderoni da cui si possa attingere non valorizzando esperienze specifiche, ma con l’idea che chiunque possa fare qualunque cosa, compreso preparare un concertista senza avere toccato un pianoforte magari da 20 anni.

La vicenda del Liceo Bertolucci è solo una delle tante prove del fatto che la riforma Giannini ha aumentato ulteriormente la rigidità delle scuole che non riescono a fare valere esperienze innovative, non ha risolto i problemi veri degli studenti e delle famiglie come la mancanza di continuità didattica e il sovraffollamento, rischiando invece di abbassare la qualità dell’insegnamento. Le 63mila assunzioni sbandierate dai parlamentari Pd di Parma sono solo una porzione ridicola rispetto a quelle che sarebbero effettivamente necessarie per ottemperare alle richieste della Corte europea, la quale – ricordiamolo – ha sentenziato duramente contro l’Italia per lo sfruttamento di personale precario. Le assunzioni, dunque, per Renzi sono solo un atto dovuto.