La lotta contro il fascismo è legata all’esercizio della democrazia?

La risposta per me sta nelle parole del comandante Kim nel Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino:

“[…] quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.”

Da questo sentire è nata la nostra Costituzione, elaborata per l’esercizio della democrazia. Una parola vuota se non è sperimentata nella scelta di quali regole e di come devono essere attuate; non possiamo parlare di democrazia se non ne parliamo nella sua manifestazione concreta. Sta nel pensiero greco: esiste solo se è pienamente esercitata, altrimenti è speculazione tanto più pericolosa quanto più nasconde la sua negazione nella pratica.

Per fare le leggi in modo democratico c’è una sola strada, trovare quel punto di caduta che rappresenta la maggioranza e che non esclude la minoranza

Per governare in modo democratico il primo gradino è misurare bene il contenuto delle leggi in rapporto alla varietà e alla concretezza della realtà, poi dare loro applicazione, prendendosi la responsabilità di gestire le risorse comuni (e da qui nasce lo squilibrio di poteri) e curare che venga monitorata l’efficacia, per rimandare al legislatore la necessità di manutenzione delle regole.

Oggi, in nome di una democrazia decidente e di una governabilità (per la finanza), si sta scarificando il nodo centrale di questo esercizio di democrazia; in nome di una compattezza di partito si sta sacrificando il legame tra il popolo e i suoi rappresentanti e il risultato diventa la perdita delle radici storiche della nostra Repubblica, la lontananza del Demos dalle istituzioni e dal potere.

Se oggi ci ritroviamo a dovere ribadire le radici antifasciste del nostro Stato, forse vuole dire che stiamo perdendo il concetto stesso di esercizio della democrazia. Il fatto solo che si possa pensare che qualcuno si riconosca nel fascismo è già un problema, ma il problema non è il luogo, il quando e il come si manifesta ciò: il problema è prima di tutto il fatto che un figlio della Costituzione repubblicana abbia perso la memoria di tutto quello che ha portato alle attuali Istituzioni, che non si riconosca nelle procedure democratiche, che possa sacrificare la meditata e difficile elaborazione democratica a una presunta efficienza e rapidità.

Come depositaria di un mandato elettivo ho capito bene che una rappresentanza eletta democraticamente dovrebbe avere due caratteristiche:

  • la prima è di essere selezionata dall’elettore nella consapevolezza esattamente del chi e del perché lei/lui e non altri
  • la seconda è che diventa un dovere, un obbligo, per l’eletto farsi parte diligente nel fare coprire agli elettori il tratto di strada che c’è tra le loro personali esigenze e la definizione collettiva che la comunità legiferante ed esecutiva ha trovato per conciliare le visioni particulari con quella del Popolo.

Se le Istituzioni non sanno fare questo la democrazia diventa una parola vuota, la lotta contro i fascismi diventa pura retorica e la sconfitta potrebbe non essere lontana.

L’anticorpo contro ogni totalitarismo e ogni tentazione liberticida non sta in ordinanze comunali, sta nel culto della Costituzione, nell’esercizio del suo dettato preciso, nella consapevolezza della nostra storia. Ogni giorno.