Il Tricolore nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 e il processo Aemilia scaturito dall’inchiesta contro la ‘ndrangheta in Emilia partita a gennaio 2015. Due simboli antitetici ma collocati agli estremi opposti di un medesimo filo rosso lungo più di due secoli. Ma di cosa è fatto questo filo?

Certamente di regole, quelle che l’uomo si dà per restituire un ordine apparente a una realtà che un ordine invece non ce l’ha. Ma le leggi che ci diamo purtroppo non sono mai perfette. Anzi, molto spesso non facciamo in tempo a mettere a fuoco, a concordare e a codificare una nuova regola che questa viene superata da una sfaccettatura dell’esistenza che non era stata prevista o da una realtà che si è evoluta in modo molto più rapido e inatteso rispetto ai nostri schemi. Ci ritroviamo così a riscrivere, reinterpretare, cancellare, riadattare leggi che, nonostante tutti i nostri sforzi, si dimostrano sempre inadeguate.

Possiamo farne a meno? No, non possiamo, nessuna società civile può farlo se vuole dirsi tale. In Italia le leggi sono troppe e andrebbero ridotte, ma resta ferma la necessità di doverci adeguare a un insieme di regole imperfette ed eternamente perfettibili, anche se talvolta ci appaiono come dei vestiti troppo stretti.

Eppure, limitarsi solo a questa realtà ingabbiata può farci apparire disumani; chiunque abbia esperienza della macchina burocratica sa che cosa intendo e gli esempi che si potrebbero trarre dalla cronaca sia nostrana che internazionale si sprecano.

Per questo il nostro filo rosso è fatto anche e soprattutto di regole non scritte, di un sentire comune non codificato ma profondamente radicato nel nostro vivere civile. Un insieme di valori intangibili e difficilmente circoscrivibili, universali e peculiari a un tempo, perché sono anche ciò che fanno di ogni luogo un posto diverso da un altro. Principi profondi che hanno fatto sì che la bandiera italiana sia nata a Reggio Emilia e non altrove. I medesimi che hanno elevato la nostra terra ad avamposto di civiltà e forza creatrice di eccellenze come il modello cooperativo, l’industria, le scuole per l’infanzia, i prodotti della nostra tradizione enogastronomica. Non è un caso che per designare questo tipo di patrimonio immateriale il marketing del territorio abbia rispolverato un’espressione latina legata al concetto di luogo, il genius loci, e che la utilizzi per indicare ciò che non è riproducibile altrove, l’unica cosa che neanche i cinesi riescono a copiarci.

Ciò che accade in uno specifico territorio non è dunque mai un episodio fortuito ed è anche per questo che la sede del processo Aemilia non può essere ritenuta indifferente. Né su questo tema possiamo accontentarci di accettare pedissequamente procedure burocratiche stanche e distanti, tanto più che dalla nostra parte abbiamo sia la legge scritta del codice penale sulla sede naturale dei processi, che quella non scritta della passione civica che ha portato tanti attori della nostra comunità a reclamare Reggio Emilia come sede del dibattimento. Una vicenda giudiziaria, ribadiamolo, di una gravità senza precedenti per la nostra terra e che ogni giorno che passa pare crescere in dimensioni.

Nascita del Tricolore e infiltrazioni mafiose rappresentano due eventi di segno opposto ma nati nel medesimo sostrato e anche se dal primo sono passati 219 anni, per entrambi ora più che mai è importante chiedersi: “Perché è successo? Perché qui”? Piaccia o no, dobbiamo riconoscere che Bandiera nazionale e ‘ndrangheta ci appartengono. Il processo celebrato qui, nella sua sede naturale, ci deve aiutare a capire quale delle due oggi ci assomiglia di più.

Tagged with: