Pubblico anche sul mio blog l’editoriale uscito sulla Gazzetta di Reggio il 30 dicembre scorso:

Mettiamo una sera a cena l’ambasciatore olandese in Italia e un nostro produttore di Lambrusco. Il primo si appresta a consumare il semestre che vede i Paesi Bassi alla presidenza del Consiglio UE. Il secondo rischia di vedersi sfilare da sotto il naso dalla Commissione europea il piatto che finora ha tutelato i vini che prendono il nome dal vitigno della zona di origine.

Si parla dunque d’Europa. L’ambasciatore rompe il ghiaccio col primo tema d’obbligo: sicurezza e immigrazione. L’impegno olandese privilegerà un approccio complessivo che integri sicurezza interna ed esterna e accoglienza, in grado di offrire ai migranti un futuro nel territorio che li ospita, con la prospettiva di renderli autosufficienti fino al loro rientro sicuro e duraturo nel paese di provenienza. Si punta cioè a un solido programma europeo, influenzato soprattutto dal timore che l’UE diventi collettrice di migranti, contenendo i flussi verso l’Europa e contrastando i trafficanti di esseri umani (la questione non accessoria della situazione socio-politica dei paesi di origine resta sullo sfondo).

L’excursus che da Bruxelles passa per le capitali europee e arriva in Turchia, Siria, Libia, passando per Mosca e Washington, è certo importante, ma il nostro produttore preferisce dirottare la conversazione sul suo vitigno nelle colline reggiane, sul suo metodo di vinificazione, sui suoi enormi sforzi per tutelare la biodiversità. E non nasconde un fatto: da lì il dialogo con l’Europa appare un dialogo tra sordi.

Io credo che il nuovo semestre europeo debba iniziare proprio dalla constatazione di questo dialogo mancato. I cittadini hanno la percezione di essere poco rappresentati nelle istituzioni nazionali, ma ancora meno in quelle europee dove sembra diventata asfittica la relazione tra Parlamento (eletto direttamente dai popoli) e Commissione, depositaria del vero potere, ma espressione solo degli esecutivi dei paesi membri.

E in effetti la ricerca della concretezza e del legame con i cittadini è uno degli argomenti che ho proposto all’ambasciatore olandese Wijnands il 16 dicembre nel corso dell’audizione informale sulle linee guida della prossima presidenza di turno UE. Una questione scottante anche per i Paesi Bassi, se si pensa al referendum con cui gli olandesi nel 2005 hanno respinto la costituzione europea.

La mia impressione dopo quell’incontro è di una futura presidenza olandese molto concentrata sul rafforzamento della moneta e delle politiche finanziarie, preoccupata della difesa del territorio, più che del rilancio di un’Unione solidale e culturalmente forte, anche in politica estera. Prospettive dunque limitate rispetto al bisogno che abbiamo di rinvigorire sia una politica europea del Mediterraneo, sia il riconoscimento per ogni territorio delle sue specifiche varietà culturali e produttive: non tenere conto di tutto ciò significa non risolvere i problemi delle migrazioni alla loro origine e allontanare ancora di più i cittadini da un’Europa sempre meno madre e sempre più matrigna.

Come membro dell’Assemblea parlamentare dell’Unione del Mediterraneo (che raccoglie parlamentari europei e non europei dei paesi della sponda sud) ho dovuto prendere atto del disinteresse dei paesi del centro e nord Europa per il Mare Nostrum, un disinvestimento che certamente ha contribuito a non cogliere i segnali dell’attuale disastro.

Al rappresentante olandese in Italia ho chiesto che nel corso del loro semestre si rifletta su quali strumenti adottare per rafforzare una vera politica estera comune e per aprire una dialettica vera sul rispetto e la tutela dei patrimoni produttivi dei singoli paesi.

Non solo dialogo dunque, ma un dialogo poliglotta che sappia rispondere alla domanda: “A che cosa ci serve l’Europa?