Ignazio Marino alla fine si è dimesso.

Una disfatta, una rovina con tutti gli ingredienti necessari: la malavita infiltrata ovunque, i tradimenti da corte del basso impero, le miserie di chi forse ha approfittato meno di altri dei privilegi ma non è stato abbastanza abile o non ha avuto abbastanza coperture ed è rimasto col cerino in mano. Commissariato, detestato e detestabile, idealista aristocratico al punto da non farsi capire, presuntuoso al punto da non comprendere del tutto in quale mare di immondizia fosse capitato. Tutti maxresdefaultrequisiti da metterlo comunque fuori luogo. Non si vuole arrendere e deve consumare l’atto finale costringendo i suoi diversissimi e diffusissimi nemici a produrgli intorno un’uscita di scena teatrale, come solo noi italiani sappiamo rappresentare, con tanto di cori e maschere, esaltazione da destra e dalle Stelle (tra cui brilla la voce della donna degli scontrini, che, chiaramente, trova naturale che un politico scivoli sugli scontrini), ma anche soddisfazione da sinistra. Una sinistra in difficoltà di fronte allo sconcerto dei suoi elettori, attestato dalle recenti manifestazioni di solidarietà a un sindaco certamente non simpatico, ma che forse ci ha provato. Il partito di sinistra che, in una logica perversa e opportunistica, non ha arginato il dissesto di Roma e troverà probabilmente una sinistra eco in altre grandi città che si avvicinano alle elezioni amministrative (Milano, Napoli e la rossa Bologna) e in cui l’arroganza renziana ha fatto piazza pulita di credibili candidati.

Ci sono tutti gli ingredienti per meditare sulla capitale di questo paese.

Roma la conosco bene; la città, non l’anima. La conosco per gli studi di antichità, messi alla prova esplorandola pietra su pietra; all’epoca mi davo una sola limitazione: evitare accuratamente tutti i luoghi del potere presente e dedicarmi all’arte espressa dai poteri passati. In sostanza in corrispondenza dei ministeri o delle sedi istituzionali cambiavo strada.

Per quello strano paradosso che è la vita, ora sono a Roma da più di due anni e frequento solo i luoghi delle Istituzioni, quello che conosco del resto della città risale alla vita precedente e ora dei palazzi ho uno spietato sguardo interno e devo sostenere la mia determinata e tutto sommato solitaria resistenza al crollo della fiducia proprio in queste istituzioni da cui volevo stare ben lontana.

Mi ritrovo a meditare su come viene vissuta questa città: io mi muovo in un chilometro quadrato che va da Palazzo Madama a Montecitorio, con qualche puntata a viale Trastevere e alla Farnesina. Mi guardo bene dal partecipare a eventi e a cene, mi faccio la spesa e mi cucino, tenacemente convinta che ogni elemento di normalità mi faccia restare sana e ben radicata in quello che sono. Mi sono liberata della schiavitù degli scontrini, prima di tutto mantenendo semplice ed essenziale la mia quotidianità.

Vedo bene però che in questa città ci sono tante vite diverse e mi ritrovo a domandarmi: a chi appartiene Roma? Senza troppa sorpresa scopro che non è percepita capitale, non c’è nessuno che io abbia interpellato in questi giorni che mi abbia detto che Roma sì, è la sua capitale. Anzi, la domanda quasi stupisce.

Roma è amata dagli stranieri, dai giovani che vengono in gita scolastica, è necessaria a chi deve affrontare il dramma della burocrazia, è riferimento per chi deve contrattare; certamente è uno splendido teatro per chi si vuole godere un frullato di storia, arte, eleganza, ricchezza, luci e mondanità; e potere. Ma non si è conquistata l’autorevolezza di essere capitale. Ho visto passarmi davanti svariati provvedimenti per sostenerla economicamente, ma lei non si è conquistata un popolo.

Poi improvvisamente mi si illumina la mente: no, non è del tutto così. Roma appartiene a qualcuno, c’è qualcuno che qui raduna il suo popolo, c’è un popolo, numeroso e diffusissimo nel mondo, che vede in Roma la sua capitale e che riconosce a un uomo l’autorità di essere la guida di Roma.

Nei prossimi mesi si scatenerà la campagna elettorale per sostituire il primo cittadino. Io ho trovato una una risposta alla domanda.  Quale sarebbe il sindaco giusto per questa città? Francesco.

Ma la storia incompiuta di Roma non può fare giravolte e non si può non ammettere che questa Repubblica ha ancora tanta strada davanti e che la Costituzione, bella, semplice e democratica, è ancora lì, come la mela più bella, che alta sull’albero i raccoglitori non riuscirono a raggiungere.

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E ieri maldestri raccoglitori, non potendo arrivare a gustarla, hanno dato un altro colpo di scure all’albero, sotto lo  sguardo vigile di un vecchio che ripetutamente è intervenuto per demolire l’assetto repubblicano, prima ricavando nel suo ruolo di Presidente della Repubblica spazi del tutto inediti (per garantire la continuità ai grandi manovratori che oltre i confini nazionali ci dettano le condizioni perfino del funzionamento delle nostre istituzioni), ora interferendo continuamente come senatore a vita, titolo che non gli basta, tant’è che insiste a fregiarsi dell’aggettivo emerito, non contemplato affatto dalla limpida e democratica Carta del ’48.

 

Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più
alto; la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono raggiungerla.
(Saffo, Frammento 105 a – Traduzione Salvatore Quasimodo)