Ieri sono andata in corso Trieste 36, a Roma, accogliendo l’invito fatto da Maurizio Landini durante la conferenza stampa sulla scuola di martedì scorso. Ci sono andata perché, con gli stessi occhi che hanno visto l’attacco alla Costituzione, al Lavoro e alla Rappresentanza elettiva, vedo l’aggressione alla Scuola e perché avevo bisogno di capire con chiarezza se gli altri invitati erano disponibili a vedere anche nell’istruzione un bene comune, un valore di tutti, da promuovere e proteggere come gli altri che sono già messi in crisi ora più che mai.

Ho condiviso, come tutti i presenti che hanno parlato (non solo Landini, ma anche tra gli altri Marina Boscaino e Danilo Lampis​) la certezza che siamo in un’emergenza di unità e partecipazione. Tutti i presenti erano lì a rappresentare un pezzo di società preoccupata per la strada che ci viene imposta. La Scuola nel progetto renziano, cambierà, da servizio in azienda, da luogo della condivisione (realizzata, anche se con tante difficoltà) nella terra bruciata della competizione, da strumento di crescita in business, una opportunità per tutti verrà divorata dai privilegi che già dominano nel mondo degli adulti.

Ho partecipato come attiva del Comitato LIP Scuola, molto attiva, visto che ho portato questa legge in Senato; quando l’orologio mi ha ricordato che dovevo avviarmi di nuovo in stazione me ne sono andata, senza chiasso e discreta, così come sono sempre. Qualcuno ha riconosciuto nella mia persona una senatrice. Strano, non se lo ricordano neanche quando partecipo alle conferenze stampa. Questo ha destato un interesse modesto subito, ma poi una grande preoccupazione.

La domanda in realtà è: perché io e alcuni colleghi, pur essendo stati eletti, siamo andati a quell’incontro in cui era bandita la parola partito? Semplice: perché noi non siamo alcun partito, né intendiamo esserlo.

Siamo entrati con un non-partito, il M5S, che avrebbe dovuto fare esattamente quello che sta dicendo Landini e che ha miseramente fallito proprio in questo: nella capacità di rappresentare il buon senso, l’unità dei valori positivi, la difesa concreta della realizzazione di ogni articolo della Costituzione, senza le logiche complicate del potere strutturato, di cui ormai i partiti purtroppo sono prigionieri. Il M5S non ha resistito alla forza del sistema, anzi: è diventato la conferma del fatto che le lusinghe del sistema corrodono tutto, infatti tutti dormono sonni tranquilli e l’apriscatole si è trasformato nello sgabello di qualche nanerottolo ambizioso. L’unico che continua a pensare che il Movimento sia l’uscita di sicurezza dalla crisi morale di questo paese è Marco Travaglio (ma lui è solito sbagliare cavallo, non dobbiamo fargliene una colpa).

Io e altri colleghi, tra cui Maurizio Romani​ e Alessandra Bencini che erano con me anche sabato, abbiamo provato ad arginare la trasformazione del Movimento in un partito per giunta eterodiretto, che ha sostituito ai cittadini attivi delle tifoserie. Niente da fare. Siamo stati espulsi, rigettati. Ora che ci penso hanno fatto pure bene: non saremmo stati disponibili ad accettare la mancanza di democrazia e la rinuncia alla libertà di pensiero e di rappresentanza.

Il Gruppo misto e la mancanza di una sigla partitica si rivelano sempre più un modo del tutto rivoluzionario di interpretare il nostro compito come servizio, il  che, devo dire, mi soddisfa moltissimo.

Devo ribadire a tutti quelli che sono interessati al tema che io nel gruppo misto sto benissimo, che mi si adatta, nonostante sia una fatica piuttosto bestiale muoversi da soli, senza avere le spalle coperte da una sigla.

Quelli che fanno più fatica a capire tutto ciò sono i giornalisti: le persone normali lo capiscono perfettamente, perché appena apro bocca sentono parole normali, mai luoghi comuni, mai toni da comizio e, in genere, si illuminano; i politici di professione pure capiscono benissimo che io sono un soggetto estraneo e strano e credo che mi guardino più con curiosità e magari con la tenerezza con cui si guarda l’ingenuità degli idealisti, destinati a soccombere in un mondo cinico e baro.

Con l’informazione è tutto più difficile: mi guardano strano, non sanno come presentarmi e spesso non mi presentano affatto, non sono abituati a un soggetto senza etichette, non sanno come inquadrarmi, non sanno come prendermi. Così se vogliono mi devono prendere come sono, devono decidere se contano di più le idee e i valori che porto avanti oppure le strategie partitiche con cui sono soliti spiegare gli intrighi e i palazzi (strategie che di solito sono molto molto lontane sia dalle idee che dai valori, non parliamo poi della loro realizzazione).

Ma la cosa più interessante che sta succedendo ora è che vedo quanto fa paura che il futuro della rappresentanza possa essere questo: che si debba confrontare con soggetti che non sono interessati a scambiare le loro idee per una carriera, che veramente non ambiscono a uscire dalla società civile, ma vi sono radicati, perché da lì vengono per fare un servizio e lì vogliono tornare, possibilmente dopo avere contribuito a renderla migliore e non peggiore; soggetti la cui unica forza è non distinguersi in un insieme di persone che combattono per gli stessi valori.

Come accade a me per la scuola, ora e là in corso Trieste 36: io sono un tramite, agguerrito e instancabile, ma se non ci fossero tutti gli altri con me e prima di me (Carlo, Bruno, Marina, Giovanni, Corrado, Katia, Roberta, …, …, …, N, N, N, ) non conterei nulla.

E io ne sono fiera. Questa è la differenza tra partito e non partito.

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