imageAssemblea affollata e infuocata ieri pomeriggio alla Camera del Lavoro di Reggio Emilia. I parlamentari reggiani sono stati invitati a un confronto sul Jobs Act con la cittadinanza interessata. Il tema erano i contenuti della legge delega sul lavoro e le risorse che verranno stanziate nella legge di stabilità.
Erano presenti i deputati Antonella Incerti, Paolo Gandolfi e Maino Marchi; mi è dispiaciuto che con me non ci fosse presente la collega Pignedoli, avrei desiderato confrontarmi con lei sul clima difficile che si respira in Senato, dove ormai ogni provvedimento è sottoposto a votazioni in batteria e a colpi di fiducia imposti con ogni mezzo da un Presidente del Consiglio che non appare mai in carne e ossa, ma aleggia cinguettante nello spazio virtuale della rete. Tutti gli eletti presenti rappresentavano il Partito Democratico e io ero l’unica esponente dell’opposizione dal Gruppo misto (un piccolo Eden di indipendenza e sincerità).

Il contenuto della delega
Si tratta di una delega che il Governo chiede al Parlamento per potere legiferare, in sostanza una scatola vuota dalle pareti molto generiche, il cui contenuto punterebbe alla creazione di nuovi rapporti di lavoro, alla riduzione delle tipologie di contratti, alla creazione di un ammortizzatore sociale universale e, naturalmente, all’erogazione di 80 euro (questa volta alle neo-mamme).

La critica del metodo
Nel mio intervento ho sottolineato che, dal punto di vista politico e istituzionale, la richiesta di un voto di fiducia su una normativa così importante rimarca la mancanza di volontà di confronto e l’attitudine a procedere in spregio ai rappresentanti eletti dal popolo e senza alcuna consultazione delle parti in causa. Questo modo di procedere operare accentua il conflitto sociale, esaspera il confronto tra le forze politiche, anche e soprattutto all’interno di questa anomala maggioranza, senza dare risposte certe e chiare.
Per di più, le continue dichiarazioni di Renzi sulla trasformazione dello Statuto dei lavoratori hanno creato incertezza e preoccupazione, mentre le promesse delle detrazioni si scontrano con la difficoltà a finanziare gli sgravi.

I punti cruciali
• Di fatto si ipotizzano misure non strutturali ma temporanee (decontribuzione per 3 anni), mentre l’occupazione avrebbe bisogno di ripartire dall’economia reale, dall’innovazione tecnologica vera, dal recupero di una produttività coerente con il nostro sistema.

• L’introduzione del contratto a tutele crescenti creerà la coesistenza di lavoratori che, pur avendo uguali doveri all’interno delle aziende, avranno una diversa tipologia di tutele, maturandole in rapporto al tempo di permanenza nel loro posto e non in base al criterio di diritti condivisi.

• Alla voce assistenza sono assegnati 2 miliardi, che dovrebbero costituire un sussidio unico: cifre molto basse in una fase così profondamente critica dell’economia.

• Sul fronte delle politiche attive troviamo solo l’ammissione del fallimento dei Centri per l’impiego (che muovono la misera percentuale del 3%) e l’idea di creare un’Agenzia unica (ennesimo baraccone? ennesima centralizzazione?), quando invece, a detta dei lavoratori e degli imprenditori stessi, servirebbe un sostegno professionale e capillare per la riqualificazione dei lavoratori in relazione al tessuto produttivo, che nel nostro paese è molto diversificato a seconda delle aree geografiche.

Realtà e propaganda
La propaganda del Presidente del Consiglio fa credere che con maggiore flessibilità si attireranno in Italia capitali e investimenti, ma sappiamo ormai bene che lo spauracchio per gli stranieri è il livello di corruzione, la lentezza della burocrazia e la difficoltà a muoversi in norme complesse e spesso contraddittorie. Inoltre le nostre aziende lamentano una carenza paurosa di credito, un eccesso di tassazione e scontano il fatto di non avere spesso investito nella ricerca e nello sviluppo di nuove strategie produttive.
Intanto nella Commissione Giustizia del Senato, di cui faccio parte, giacciono importanti disegni di legge sui reati finanziari, paralizzati dal patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, alla ricerca di una mediazione impossibile tra conservazione dei contenuti ad personam e richieste che arrivano perfino dalle sedi europee.

Le voci del pubblico
Elemento ricorrente è stato lo sconcerto di fronte a un provvedimento che, a detta stessa dei parlamentari del PD intervenuti, non risolverà il problema della disoccupazione mentre è probabile che acuisca lo scontro tra parti in causa e perfino tra generazioni. Pesa anche l’ambiguità della definizione di licenziamento disciplinare, per cui i casi che potranno prevedere oltre al risarcimento anche il reintegro dovrebbero essere precisati nei decreti attuativi. Già ora si ritiene che le cause di lavoro subiscano un eccesso di discrezionalità da parte della magistratura, figuriamoci cosa potrà accadere se invece di semplificare e rendere più evidente la materia ci si appresta a creare mille sfumature di grigio.
Il responsabile per la Camera del Lavoro del precariato ha denunciato a gran voce l’aumento continuo di questa tipologia di lavoratori, segnalando che questo accade per difficoltà strutturali e congiunturali del sistema produttivo, rispetto a cui il governo non manifesta intenzioni risolutive.

Le mie osservazioni
Non posso che associarmi allo sconcerto di fronte a un provvedimento che costituisce una ennesima scatola vuota, come il decreto Madìa sulla razionalizzazione della Pubblica Amministrazione, come quello della riforma del processo penale e come il ddl sulla riforma della Costituzione (tanto per citarne alcuni).
Poiché nessuno è così insensato da fare tanti sforzi per il nulla, prende corpo l’idea che si tratti solo di prove di forza politiche, destituite di qualsiasi riflesso sulla carne viva del paese e destinate a un regolamento di conti interno a un partito che, nato dalla sinistra, si trova ora guidato su una strada che non corrisponde affatto all’impostazione programmatica.
Non so quanto potrà durare, ma intanto una domanda si impone: come viene speso oggi il voto dei cittadini, che comunque è il solo motivo per cui i parlamentari siedono in Senato e alla Camera? Che cosa rimane del valore della rappresentanza, se gli eletti obbediscono a un capo non eletto, che fa accordi dai contenuti ignoti con un pezzo della sua opposizione?

Le mie intenzioni
La discussione è stata ricca; al netto dell’esasperazione, il pubblico ha mostrato di avere le idee chiare sui temi che sono stati affrontati, di essere davvero un pezzo dell’intelligenza collettiva che nasce da esperienze di lavoro concrete.
Qual è il mio ruolo?
Ascoltare tutti, dagli imprenditori ai dipendenti, sapendo che la giusta strada sta nella mediazione di richieste diverse e a volte anche divergenti.
Aiutare, per quello che posso, a trovare una sintesi senza avallare difese aprioristiche di categoria, ma raccogliendo e valorizzando le buone idee.
Sollecitare lo scambio invece del conflitto, ricordando a me stessa e agli altri che il bene collettivo è composto dai pezzi di valore individuale che ciascuno mette a disposizione di tutti.
In Commissione Giustizia il mio sforzo è teso a sostenere attraverso gli interventi normativi il rafforzamento e il  ripristino della legalità, in Commissione Affari europei sono consapevole che bisognerà sorvegliare il buon impiego dei Fondi strutturali, che sono destinati anche a risolvere la crisi occupazionale.

Per fare bene il mio lavoro ho bisogno della partecipazione attiva di chi pensa ancora che senso civico significhi dare il proprio contributo; mi sono dichiarata disponibile a prossimi incontri, con la stessa platea o con interlocutori diversi.

La nota di colore
Alla fine ho colto un brano della conversazione di tre giovanissimi mentre uscivano; dicevano:
La migliore è stata la 5 stelle
Grazie di cuore per l’apprezzamento, ma… io non sono 5 stelle, sono una persona al servizio temporaneo degli elettori che si impegna a essere coerente con proprio il mandato.